Visite dal primo febbraio 2017

domenica 10 dicembre 2017

Il prefisso e la stampa



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Continua la nostra "crociata " contro la malalingua della carta stampata e no. Il titolo di questo settimanale in rete contiene uno strafalcione che grida vendetta: super potenza. In lingua italiana, non in quella cispadana, i prefissi si scrivono "attaccati" (mai staccati o con il trattino) alla parola che  segue. Correttamente, quindi, superpotenza. In proposito vediamo cosa dice il Treccani in rete: «super- pref. [dal lat. super-, super "sopra"]. - 1. Con valore locale, forma pochi agg. e sost., nei quali significa "sopra, che sta sopra" (come in superglottico, superumerale) o, più raram., "superficiale" (come in superfinitura). 2. Esprime addizione, sovrapposizione (come in superstrato, superinfezione) o processo o condizione in eccesso rispetto al normale (superalimentazione, superallenamento). 3. Col sign. generico di "che sta sopra, che va oltre, che supera", indica il superamento di un certo limite (come in superalcolico, supersonico), il superamento di determinati caratteri (supernazionale, superpartitico), una posizione preminente (supervisione, superarbitro) o assolutamente preminente (come in superuomo). 4. Per sviluppo del sign. prec., forma numerosi sost. e agg. ai quali conferisce valore superlativo: supercinema, superbollo, supergigante, supermercato; superbianco, superdissetante». Vediamo, anche, come alcuni vocabolari scrivono il termine in questione: Gabrielli: superpotenza: [su-per-po-tèn-za] s.f. Stato dotato di un grande potenziale bellico, spec. di tipo atomico, e di un grande apparato industriale, che gli conferiscono...; De Mauro: superpotenza.  Stato militarmente ed economicamente molto forte, che esercita un’influenza notevole sugli eventi e sulla politica internazionale; Sabatini Coletti: superpotenza  

[su-per-po-tèn-za] s.f. • Stato che possiede un imponente apparato industriale e bellico (spec. nucleare).
Si veda anche l'intervento del 7 scorso: Un titolo "itangliano".


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Dallo stesso settimanale in rete:

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Qui siamo in presenza di un "si passivante", il titolo corretto è, dunque: Candidati acchiappavoti cercansi: la caccia è aperta. Per la differenza che intercorre tra il "si passivante" e il "si impersonale" rimandiamo a un nostro vecchio intervento sul "Cannocchiale". 

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Abbiamo segnalato alla redazione l' "orrore" da emendare ma... l'emendamento non è stato preso (presuntuosamente?) in considerazione.

sabato 9 dicembre 2017

Una "zeugmata"



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Probabilmente qualche linguista - nel caso si imbatta in questo sito - sarà pronto a fustigarci perché censuriamo questo titolo di un quotidiano in rete. Motivo? Il titolo - a nostro avviso - contiene uno zeugma (si potrebbe definire un "quasi errore") che in buona lingua italiana è da evitare. Che cosa è questo zeugma?  È una figura retorica che consiste nel riferire un verbo a due o più elementi della frase che  richiederebbero, invece, ciascuno un verbo specifico. Lo zeugma, insomma, produce un'incoerenza semantica. Nel titolo in oggetto il verbo subiva è collegato tanto a "richieste" quanto a "minacce". A nostro modo di vedere le minacce non si subiscono, si ricevono. In questo caso, per tanto, occorrono due verbi; uno per le richieste e uno per le minacce: la vittima subiva richieste di denaro e riceveva minacce di morte. Secondo il nostro modesto parere i titolisti non sarebbero incorsi in una "zeugmata" se avessero adoperato il verbo ricevere, "buono" sia per le richieste sia per le minacce. Attendiamo smentite dai soliti linguisti, ai quali potremmo rispondere, eventualmente, con le parole di Leo Pestelli: «... Quando Dante scrisse "parlare e lagrimar vedrai insieme..." non fece grammaticalmente una buona figura, ma i retori, con una controfigura, quella dello "zeugma" o aggiogamento, consistente nel riferire un verbo a più parole diverse mentre per il senso non converrebbe propriamente che a una di esse, ci misero prontamente una toppa...».  È bene, insomma, non "zeugmare". Sull'argomento riproponiamo, inoltre, un nostro vecchio intervento. 


* Il titolo della pagina interna è diverso.

giovedì 7 dicembre 2017

Un titolo «itangliano»


Ecco un titolo - di un quotidiano in rete - che si potrebbe definire itangliano :

Crescono le borse post laurea,
ma il 90% dei ricercatori sarà espulso


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Perché itangliano? Perché il prefisso "post-", in lingua italiana, non attaccato alla parola che segue non ha alcun senso. "Post", da solo, si ha solo in lingua inglese con l'accezione di "missiva", "corrispondenza", "posta". Gli amici blogghisti conoscono bene il termine perché "postano" i loro interventi nei vari siti. "Post-", dunque, in lingua italiana è un prefisso con valore temporale o spaziale e come tutti i prefissi si scrive unito alla parola che segue: postlaurea. Vediamo ciò che riporta il Treccani in rete:


 


pòst- [dal lat. post, post- «dopo, dietro»]. – Prefisso di molte parole composte, derivate dal lat. o, più spesso, formate modernamente, nelle quali indica per lo più posteriorità nel tempo, col senso quindi di «poi, dopo, più tardi». Tranne pochi casi in cui ha funzione avverbiale (come quando è premesso a verbi), ha di solito funzione prepositiva rispetto al secondo elemento, che può essere un sostantivo o, più spesso, un aggettivo (postpliocene, postmoderno, postoperatorio). In termini dell’anatomia e anche della fonologia, ha spesso sign. locale, di «dietro, posteriore, situato posteriormente» e sim. (postipofisi, postorbitale, postdentale, ecc.). In parecchi composti si contrappone a  pre- (prebellico - postbellico, preludio - postludio, prematuro - postmaturo), in pochi a anti- (antidiluviano - postdiluviano, antidatare - postdatare) [...].



Si può anche togliere la "t" e scrivere poslaurea se l'elemento che  segue il prefisso comincia con una consonante, come nel caso in oggetto, appunto. Correttamente, dunque: postlaurea o poslaurea.


mercoledì 6 dicembre 2017

L'emarginazione


Cortese dott. Raso,
le sarei molto grato se spendesse due parole sul significato "nascosto" - come spesso usa dire lei - del termine "emarginazione". Ne approfitto per complimentarmi con lei per le sue preziose "noterelle" sul buon uso della lingua italiana, anzi dell'italico idioma come lei ama definire la nostra meravigliosa lingua. Grazie e molte cordialità

Umberto O.

Bologna

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Gentile Umberto, la sua "curiosità" è stata trattata moltissimo tempo fa, le faccio il copia-incolla. Grazie per i suoi complimenti.

Crediamo che nessuna parola italiana abbia avuto più fortuna di quella di cui ci occupiamo in queste noterelle: emarginazione. È sempre sulla bocca di tutti, spesso a sproposito. Ma i fruitori per eccellenza di questo vocabolo sono gli operatori delle scienze sociali: sociologi, psicologi, insegnanti, assistenti sociali. Non c’è un dibattito televisivo in cui uno degli invitati non la tiri fuori. «La causa di quanto sta accadendo, gentili signori, va ricercata nell’emarginazione in cui sono costretti a vivere questi poveri derelitti», così sentenziò, tempo fa, un notissimo sociologo intervistato da un giornalista della Rai sul problema dei nomadi a Roma e in altre città. Cos’è, dunque, quest’emarginazione? C’è da dire, innanzi tutto, che abbiamo notato, con vivo stupore, che alcuni vocabolari non registrano il termine che deriva, ovviamente, dal verbo emarginare, cioè annotare, segnare in margine; è, dunque, un così detto deverbale. Questa omissione dei dizionari si può spiegare, probabilmente, con il fatto che il vocabolo in oggetto non esisteva nell’italiano antico né, tanto meno, nel latino. Il verbo emarginare è una voce gergale degli addetti all’arte tipografica e significa, alla lettera, collocare fuori del margine (il prefisso e- che si riscontra in alcuni verbi suggerisce l’idea di esteriorità: e-mettere, e-leggere) e indica, con la massima chiarezza, l’operazione per cui il tipografo colloca una parola o un gruppo di parole fuori delle righe e, quindi, del corpo stampato, nella parte bianca a lato, per metterle bene in evidenza. Se vi capita fra le mani un libro scolastico potrete notare, infatti, che molte parole sono scritte fuori del testo, del corpo, sulla destra e, per lo più, in neretto, appunto per evidenziarle. Con uso metaforico, cioè in senso figurato, è stato adoperato, anzi è adoperato il verbo emarginare, con i suoi derivati (emarginazione, emarginato) per indicare l’azione per cui una determinata comunità, o l’intera società, tiene fuori del suo corpo – come una pagina stampata – un individuo o un gruppo di individui. A mo’ di esempio potremmo dire che sono emarginati tutti gli immigrati in una città i quali non riescono a integrarsi, a legare con i cittadini indigeni; coloro che per menomazioni fisiche o psichiche non vengono inseriti nella vita quotidiana e normale degli altri esseri umani; coloro che per via delle loro idee diverse da quelle della maggioranza sono isolati e quasi respinti dagli altri; i moltissimi diseredati che la miseria tiene fuori delle condizioni, se non ottimali, per lo meno tollerabili, della maggioranza delle persone che si ritengono civili. Il termine emarginazione suggerisce, per tanto, l’idea di un isolamento, di una quarantena, umiliante e ingiusta. Fino a qualche anno fa l’emarginazione veniva accettata come un male incurabile cui porgeva una mano la carità pubblica o privata. Le cose, però, sembra stiano cambiando... 

martedì 5 dicembre 2017

Strafalcioni divertenti


Navigando in rete ci siamo imbattuti in questo sito dove sono riportati 44 strafalcioni orto-sintattico-grammaticali (molto esilaranti). Divertitevi a correggerli.

domenica 3 dicembre 2017

La lingua "biforcuta" della stampa


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Questo titolo, di un quotidiano in rete, è un affronto alla lingua di Dante: il "non" è errato. Non lo sostiene il signor nessuno, titolare di questo portale, ma un grande della Lingua, Aldo Gabrielli.

“Vuoi venire o non?”

Quanta gente, anche colta, scrive in questo modo, e non sa di sbagliare! “Che tu voglia o non, la cosa non mi riguarda”, “Che questo gli piacesse o non ci sembrava indifferente”: frasi raccolte sui giornali, fin sui libri. E sono frasi sbagliatissime, proprio da matita blu. Bisogna dire: “Vuoi venire o no?”, “Che tu lo voglia o no”, “Che gli piacesse o no”. Ed è presto spiegato il perché.
La negativa no, così fortemente tonica, riassume in sé tutto un discorso (i grammatici la definiscono parola olofrastica, come il affermativo): “Vuoi venire o no?”; quel monosillabo no racchiude infatti l’intera frase sottintesa “non vuoi venire?”; tanto è vero che noi possiamo anche dire distesamente “Vuoi venire o non vuoi venire?”. La negativa non, invece, non ha questo valore riassuntivo, ma è soltanto la premessa negativa di una frase che segue. Nessuno infatti alla domanda “Vuoi venire?” risponderebbe con un semplice “Non” che lascerebbe la frase in sospeso; ma risponderebbe per esteso “Non voglio venire” o userebbe la negazione “No” che riassume questa frase. Vittorini intitolò un suo libro Uomini e no, come dire “Uomini e non uomini”; “Uomini e non” sarebbe stato un titolo strafalcionato.

Il Museo degli Errori, Mondadori, Milano 1977

Da parte nostra aggiungiamo, sommessamente, che il "non" non si può mai trovare in posizione accentata (cioè assoluto, da solo), si deve sempre adoperare in posizione proclitica, vale a dire prima di un’altra parola (o frase) che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni?


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Dal medesimo quotidiano in rete


LIVE



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Anche qui, un altro calcio all'italico idioma. Correttamente: i concerti dal 1 al 7 dicembre. Il motivo lo spiega l'Accademia della Crusca:

«[...]Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undici ottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]»

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La parola proposta da questo portale, ripresa dal Treccani: abuna. Sostantivo maschile, indeclinabile. Indica un ecclesiastico (monaco) etiopico.

sabato 2 dicembre 2017

"Conoscere e usare una lingua formidabile"


Repubblica e l'Accademia della Crusca presentano una nuova collana che ti farà innamorare della lingua italiana.
Dalle basi della grammatica all'italiano nell'era digitale, con tanti consigli utili per scrivere e parlare correttamente.
E, in ogni volume, una serie di giochi per metterti alla prova. Riscopri la ricchezza e la bellezza della nostra lingua.
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Fustigateci pure, ma non riusciamo proprio a capire il nesso tra il "linguaggio politico" e l'idioma di Dante. Ci innamoriamo della lingua italiana e impariamo a scrivere e parlare correttamente se sappiamo (o scopriamo), per esempio, chi ha coniato l'espressione "convergenze parallele"? Dubitiamo, onestamente.

giovedì 30 novembre 2017

Severo e grave sono sinonimi?


L'aggettivo severo si può adoperare, soprattutto nel campo medico, come sinonimo di "grave"?  La "parola" a Giuseppe Patota (Crusca).
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La parola segnalata da questo portale (ripresa dal Treccani): martingala. La proponiamo perché è una polisemica, ha, cioè, diversi significati, di cui alcuni quasi sconosciuti. Per quanto attiene all'origine del termine, sebbene incerta, diamo la "parola" a Ottorino Pianigiani. Si veda anche qui e qui.

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Per rilassarvi, dopo una giornata di lavoro, cliccate qui.

martedì 28 novembre 2017

In "difesa" di Ottorino Pianigiani (2)

Ancora una volta vogliamo spezzare una lancia in difesa di Ottorino Pianigiani, ritenuto - da molti linguisti - non fededegno: il suo dizionario etimologico sarebbe il frutto di "ricostruzioni fantasiose". Vediamo. Prendiamo il termine "casamatta". Tutti i vocabolari si limitano nel dire che il vocabolo è composto di casa e "matta", nel senso di "falsa". Sotto il profilo prettamente etimologico, quindi, una casamatta è una casa falsa. Il Pianigiani, invece, è ricco di "notizie" inerenti all'origine del vocabolo. Dopo averle lette, giudicate voi se sono il frutto di "ricostruzioni fantasiose". Si clicchi qui.


lunedì 27 novembre 2017

Il delitto e l'omicidio


I delitti sono proporzionati alla purezza della coscienza, e quello che per certi cuori è appena un errore, per alcune anime candide assume le proporzioni di un delitto.


 Questo pensiero dello scrittore francese Balzac ci ha richiamato alla mente il fatto che gran parte delle persone confondono il delitto con l’omicidio, nel senso  che ritengono i due termini l’uno sinonimo dell’altro (e la colpa, forse, è anche della stampa, maestra nell’arte di confondere le  “idee linguistiche” alle persone sprovvedute). No, gentili amici, il delitto e l’omicidio non sono affatto sinonimi anche se l’omicidio è un... delitto, come è un delitto, del resto,  il latrocinio o il rapimento. Il delitto, per tanto – lo avrete capito – è un qualunque reato. Compiono un’azione delittuosa, quindi, tutti coloro che – come dice l’etimologia del termine – “vengono meno (al dovere)” e  “commettono una mancanza”. Ma vediamo di spiegarci meglio. Il delitto, dunque, sotto il profilo etimologico, è il latino  “delictu(m)” (crimine, reato), derivato di  “delictum”, supino del verbo “delinquere”. Il verbo latino, a sua volta, è composto con la particella  “de”, con valore intensivo, e con il verbo  “linquere” (lasciare, abbandonare), con il significato, quindi, di  “lasciare indietro”, “mancare” e, per tanto,  “venir meno (al dovere)”, “commettere una mancanza”, “commettere una colpa”. Il ladro, quindi, commette un  “delitto” rubando; l’assassino commette un “delitto” uccidendo. Come si fa a sostenere, dunque, la tesi secondo la quale l’omicidio e il delitto sono la stessa cosa?  Tutte le persone che commettono un reato, un delitto “delinquono”, vale a dire – come abbiamo visto -  “abbandonano la via (della giustizia, della legge)”. Il delinquente chi è, infatti,  se non colui che si allontana dalla retta via? Alcuni vocabolari ci contraddicono... Ma tant'è. E a proposito di omicidio, si legge e si sente dire, spesso, l'omicidio di Moro (e simili). L’espressione ci sembra impropria: l'ucciso non ha commesso l'omicidio (come ci farebbe pensare la preposizione “di”), lo ha "subìto". Consigliamo, quindi, di omettere la preposizione di e scrivere: omicidio Moro.

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venerdì 24 novembre 2017

Lettera aperta alla redazione del vocabolario Treccani


È trascorso un anno... Riproponiamo questa lettera aperta alla Treccani



Gentile Redazione, tempo fa avevamo segnalato un "errore" riscontrato nel vocabolario al lemma "defatigare" dove si legge che "defaticare" (con la "c") è variante poco comune. Non è esatto, anche se altri vocabolari cadono nel vostro stesso... errore. I due verbi hanno significati distinti, non sono sinonimi e lo specificano chiaramente il Sandron, il Devoto-Oli  e il Gabrielli. Defatigare è pari pari il latino "defatigare", composto con  "de" (particella "rafforzativa") e "fatigare", stancare, spossare, affaticare e simili. Defaticare, invece, è composto con la particella "de", che indica "allontanamento" e il sostantivo fatica ("che allontana, che toglie la fatica"). Defatigare, dunque, è un deverbale; defaticare un denominale, con significati completamente diversi. Stupisce il constatare che l'autorevole e prestigioso vocabolario Treccani non faccia distinzioni di sorta tra i due verbi... Con la speranza che questa missiva sia presa nella dovuta considerazione, porgiamo i nostri piú rispettosi ossequi. F.R.


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La parola proposta da questo portale, ripresa da "Sapere.it": lebete. Sostantivo maschile.
Indica(va) un recipiente per cuocere qualcosa o per lavarsi.

giovedì 23 novembre 2017

Indecenze ortografiche dei media


Ci dispiace dover censurare, di tanto in tanto, la “lingua” degli operatori dell’informazione, quelli della carta stampata particolarmente, anche se molti di questi posseggono una laurea in lettere e si piccano di “fare la lingua”; non è sufficiente una laurea in materie letterarie per potersi fregiare del titolo di “linguista”. Non possiamo, dunque, rimanere impassibili davanti a orrori ortografici di cui è infarcita la stampa e gli “opinionisti” non possono piú addebitarli alla “svista” dei correttori di bozze, categoria professionale ormai estinta: l'orrore è tutto loro. Vediamo, dunque, sfogliando a caso qualche quotidiano, alcune “indecenze ortografiche”, in corsivo gli orrori. L’arrestato, per farsi compatire, camminava a d’ubriaco; con quel pò pò di alterigia era naturale che tutti lo snobbassero; nella casa degli orrori è comparsa la scritta villa d’ affittare; in quella notte tranquilla gl’ astri brillavano sullo sfondo azzurro; nessun’ uomo, di questi tempi, può sentirsi tranquillo se abita una villa isolata; qual’è il difetto peggiore, domandò all’intervistata; il suo comportamento è veramente d’ ammirare; gl’ umori degli astanti non lasciavano presagire nulla di buono; il suo modo di fare è pressocché inaccettabile; il ragazzo è uscito dal coma grazie all’attente cure della mamma; sei proprio un bel angelo, disse la mamma al figlioletto; fate attenzione, recitava un cartello affisso nella fabbrica, gl’ acidi sono nocivi alla salute; l’auto dei banditi non ha rispettato l’alt della polizia e ha accellerato la corsa; l’uomo è stato investito sulle striscie pedonali; il ministro ha, però, ribadito che non tutti beneficieranno delle agevolazioni; ieri siamo andati ha vedere uno spettacolo meraviglioso; il ricercato scorazzava tranquillamente per la città; il luogo dell'incidente è prospicente la chiesa. Potremmo continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura.



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La parola proposta da questo portale: paperaio. Sostantivo maschile derivato da papera con l'aggiunta del suffisso collettivo "-aio". Termine non comune, atto a indicare un gruppo di persone, donne in particolare, che si comportano in modo ridicolo e chiassoso.

martedì 21 novembre 2017

"Anomalie" sintattico-grammaticali


Pilucchiamo qua e là, senza un preciso ordine logico, ma come ci vengono alla mente, dal linguaggio comune alcuni strafalcioni o "anomalie" sintattico-grammaticali che gli amatori della lingua devono assolutamente evitare. Cominciamo con il verbo “tenere” adoperato, il piú delle volte, con il significato di “possedere”, “avere”. Tale uso è da non seguire essendo di carattere prettamente dialettale; il significato proprio (e “corretto”) del verbo è “sostenere”. Non si dirà, per tanto, “tengo una bella casa” ma, correttamente, possiedo una bella casa. Da evitare anche - se si vuole parlare e scrivere bene - la locuzione “tenere il letto” nel senso di “stare, rimanere a letto”. Questo verbo, inoltre, non è sinonimo - come molti erroneamente credono - dei verbi “reputare”, "stimare" e “giudicare”. Le espressioni comuni, quindi, “tenere in molto o poco conto”, “tenere in molta o poca considerazione” una persona sono da gettare, decisamente, alle ortiche. Sí, sappiamo benissimo che molte “grandi firme” le adoperano a ogni piè sospinto, ma sappiamo, anche, che molte grandi firme usano la lingua a loro piacimento: non rispettano assolutamente le piú elementari norme grammaticali. Voi, amici blogghisti amanti della lingua, non seguite questi esempi "nocivi". Non adoperate - come abbiamo letto in una grande firma del giornalismo, che non nominiamo per carità di patria, il verbo tenere nelle accezioni di: importare, desiderare, volere, premere. Sono tutte forme dialettali e di conseguenza orrendamente scorrette in uno scritto sorvegliato. Ancora. Il verbo “marcare”, che etimologicamente sta per  “segnare, contrassegnare con marchio”, “bollare”, non si può adoperare - sempre che si voglia parlare e scrivere correttamente - come sinonimo di  “annotare”, “prendere nota”, “registrare” o con il significato, obbrobrioso, di “rimarcare con la voce”. In quest’ultimo caso ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: accentuare, caricare, rafforzare. E finiamo con l’aggettivo “marrone” che non va mai pluralizzato. Diremo, quindi, guanti marrone; scarpe marrone (non “marroni”) in quanto si sottintende “del colore del marrone”, cioè del frutto del castagno: due vestiti (del colore del) marrone. La medesima "regola" per quanto attiene all'aggettivo "arancione": una camicia arancione; due camicie arancione. E a proposito di marrone, segnaliamo un termine  non comune: marroneta. Sostantivo femminile sinonimo di castagneto. È composto del sostantivo "marrone" e del suffisso "-eta" (insieme di...).


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Tutti dovremmo sapere che - stando alla regola generale - i verbi transitivi, nella forma composta attiva prendono l’ausiliare avere (ho amato), in quella del passivo l’ausiliare essere (sono lodato). Gli intransitivi, avendo soltanto la forma attiva, prendono ora l’ausiliare avere (ho dormito), ora l’ausiliare essere (sono partito) secondo l’uso comune. Solo un buon vocabolario potrà sciogliere i dubbi che possono di volta in volta insorgere a tale riguardo. Nonostante ciò ci capita di leggere sulla stampa frasi in cui l’uso dell’ausiliare è errato. Vediamo, piluccando qua e là, alcuni esempi in cui l’ausiliare è, per l’appunto, errato; in corsivo l’ausiliare errato, in parentesi quello corretto. Una immensa folla ha affluito (è affluita) in piazza S. Pietro per ascoltare le parole del Pontefice; dopo l’incidente il treno è (ha) deviato presso la stazione piú vicina; l’incendio, che ha (è) divampato rapidamente, ha impegnato per molte ore i vigili del fuoco; le Frecce Tricolori sono sorvolate (hanno sorvolato) su piazza del Popolo; la notizia clamorosa dell’arresto eccellente ha dilagato (è dilagata) rapidamente per tutta la città; l’operazione di polizia ha avuto luogo appena ha (è) annottato; il ragazzo stava per morire dissanguato perché il sangue aveva (era) fluito dalla ferita per parecchie ore. Potremmo continuare ma ci fermiamo qui. Un’ultima annotazione. Per quanto riguarda i vocabolari è meglio "spulciare" diversi dizionari: molto spesso uno contraddice l’altro. Se due su tre concordano...



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Un sito utile per l'apprendimento di una corretta pronuncia (ortoepia) dell'italico idioma.





lunedì 20 novembre 2017

Che zagaglia!


La parola, ripresa dal Treccani, proposta da questo portale: zagaglia. Sostantivo femminile; indica un'arma simile alla lancia. Si veda anche qui e qui.

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"Epifanizzare"? Sí. Ce lo spiega la Crusca.

domenica 19 novembre 2017

"La lingua della musica"


Anche i "quiz" di questa settimana - proposti dalla Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica - hanno poco che vedere - a nostro parere -  con «l'Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile», come recita il titolo dei volumi redatti dalla stessa accademia. Su 8 domande solo 3 fanno riferimento alla lingua di Dante. Di queste, la sesta - che riportiamo - ci lascia perplessi perché la risposta che si deve dare ("zeppa") non si trova in nessuno dei "sacri testi grammaticali" in nostro possesso. La riportano solo i dizionari (ma bisogna saperlo, ovviamente) tra cui il vocabolario Treccani in rete, al punto 2/b.
Nel verso volare, oh oh, come si chiama quell’oh, oh?
onomatopea     zeppa

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La parola proposta da questo portale: omeomeria. Sostantivo femminile del linguaggio filosofico; sta per "somiglianza".

venerdì 17 novembre 2017

Osservazioni... (4)


Probabilmente non tutti saranno d’accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c’è un verbo che  “sa” troppo di burocrazia e andrebbe,  a nostro modo di vedere, sostituito con altri piú  “consoni”. Il verbo incriminato è  “declinare”. Non dimentichiamo che l’accezione primaria del suddetto verbo è  “volgere, tendere gradatamente al basso” derivando dal latino “chinare” (inclinare): la montagna ‘declina’ verso la pianura. Adoperarlo nel senso di  “rendere noto” o di “respingere” ci sembra, per l’appunto, un  “abuso linguistico”. Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge “declinò le generalità” (le rese note); la direzione “declina ogni responsabilità”; Mario “ha declinato l’invito”. Non è meglio dire “respinge” ogni responsabilità; “dette” (o riferí) le generalità e “ha rifiutato, non ha accettato” l’invito? Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni “incriminate” meglio è per il  “bene” della lingua di Dante.

Le cronache dei giornali ci hanno abituato, purtroppo, a convivere con un bruttissimo barbarismo: cappottare. Leggiamo, sovente, frasi del tipo: l’automobile, dopo il pauroso scontro, si è cappottata e tutti gli occupanti sono deceduti sul colpo. Premesso che non vorremmo mai leggere notizie di questo tenore, vogliamo spendere due parole sull’origine e sull’uso di questa orribile... parola. Innanzi tutto è un francesismo e in quanto tale in buon italiano non si dovrebbe adoperare. Ci sono termini italianissimi  che fanno alla bisogna: capovolgere e ribaltare. Il francese “capoter”, da cui l’italiano “cappottare”, è un termine di origine marinaresca e sta a indicare il rovesciarsi di una nave. Dalle navi il vocabolo è passato, consolidandosi, al linguaggio automobilistico e aeronautico. Se proprio lo si vuole adoperare lo si usi, almeno, con una sola “p”: capottare. Cosí facendo si ferisce una sola lingua, non due. “Cappottare”, a nostro modo di vedere, è un termine ibrido: né francese né italiano. Dimenticavamo una cosa ancora piú importante, se proprio si vuole adoperare questo verbo barbaro: il suo ausiliare “naturale” è ‘avere’ (non essere); l’auto ‘ha’ capottato. Perché? Perché come tutti i verbi che indicano un moto fine a sé stesso si deve coniugare con l’ausiliare avere.

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 La parola proposta da questo portale: cachinnare. Verbo - derivato di cachinno - che vale "ridere sguaiatamente,  rumorosamente". Nella lessicografia della Crusca troviamo l'avverbio squaccheratamente, vale a dire "ridere sconciamente, con grande strepito". Si veda anche qui.

giovedì 16 novembre 2017

"Non ancora..." o "ancora non..."?



Un interessante articolo della Crusca su: «Non ancora» e «ancora non».

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Divertitevi con la lingua italiana cliccando qui.

mercoledì 15 novembre 2017

Il "sesso" del/della carcere


Il figliolo di un nostro amico ha “rimediato” un’insufficienza in un componimento in classe perché ha scritto “una” carcere anziché  “un” carcere, come gli ha fatto rilevare il suo professore di lingua e letteratura italiana. Ci dispiace immensamente per il figlio del nostro amico, ma ci dispiace ancora di piú per la “pochezza linguistica” dell’insegnante di scuola media superiore: l’alunno “sbagliando” non ha... sbagliato. Ci spieghiamo meglio.  Carcere – e il professore dovrebbe saperlo – nel singolare può essere tanto di genere maschile quanto di genere femminile, anche se quest’ultimo è di uso, per lo piú, letterario (nel plurale è tassativamente femminile: ahi, la stampa: *i carceri!). Vediamo, per sommi capi, la sua storia per capire la  “nascita” dei due generi.  Il termine carcere, dunque, indica contemporaneamente il luogo, o meglio l’edificio, ove viene scontata la pena e la pena medesima: lo hanno rinchiuso in carcere; gli hanno dato due anni di carcere. In quest’ultimo senso era molto comune, nei tempi andati, l’espressione  “carcere duro” (e ciò spiegherebbe il genere maschile) con cui veniva indicata una pena particolarmente rigorosa. Silvio Pellico, nelle  “Mie prigioni”, descrive minuziosamente questo tipo di pena: “Essere obbligato al lavoro, portare la catena ai piedi, dormire su rudi tavolacci, e mangiare il piú povero cibo immaginabile”. Da questa  espressione singolare maschile è nato il normale plurale maschile: carceri duri. Carcere, quindi, nel singolare può essere sia maschile sia femminile, in quest’ultimo caso rispetta la  “regola” dei sostantivi in  “-e” che sono, in buona parte, di genere femminile. Per concludere possiamo affermare che ‘carcere’ nel singolare è maschile se indica la pena: cinque anni di carcere; carcere preventivo; femminile se indica il luogo: una carcere fatiscente. C’è da dire, però, che nell’uso i due generi si confondono (e “confondono” i professori) con una netta prevalenza del maschile. Nel plurale sarà tassativamente femminile: le carceri. Per quanto attiene all'etimologia, diamo la "parola" a Ottorino Pianigiani, anche se ritenuto non fededegno da (quasi) tutti i linguisti.

sabato 11 novembre 2017

La lingua e la Crusca

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Probabilmente siamo un po' tardi di  "comprendonio", ma proprio non riusciamo a capire il nesso tra i nuovi  "quiz", redatti dall'Accademia della Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica, e «l'Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile», come recita il titolo dei volumi redatti dalla stessa accademia. Saremo grati a chi ci illuminerà in merito.

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Una (mezza)* mostruosità linguistica scovata in rete:

Coniugazione del verbo redarre

www.coniugazione.eu/verbo/redarre
Coniugazione del verbo redarre, indicativo, congiuntivo del verbo redarre, condizionale e participio del verbo redarre, significato del verbo redarre.
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* Mezza perché, fortunatamente, le altre voci verbali, escludendo l'infinito, sono corrette.



venerdì 10 novembre 2017

Osservazioni... (3)





AI TEMPI, ormai lontani, della scuola ci hanno insegnato (e, forse, insegnano ancora) una grande baggianata: l’aggettivo gratuito si deve pronunciare “perentoriamente” con l’accento sulla “ú” (gratúito). No, amici, questo aggettivo ha due pronunce, una alla greca e una alla latina: gratúito e gratuíto. La piú comune, però, è la prima: gratúito. Non lo sostiene l’estensore di queste noterelle, lo sostengono i sacri testi.
Sabatini Coletti: gratuito [gra-tùi-to, meno freq. …-tu-ì-…] agg.
Gabrielli: gratuito  [gra-tù-i-to] raro, poet. [gra-tu-ì-to]
Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia).

IL VERBO dire non è un verbo “tuttofare” e spesso si adopera al posto di altri verbi piú appropriati. Come sempre pilucchiamo qua e là dai vari giornali e riviste. In corsivo il verbo dire e in parentesi quello “appropriato”. Molti sono i concorrenti, disse (annunciò) il direttore, e qui disse (snocciolò) una serie di nomi; il giocatore ha avuto da dire  (un diverbio) con l’arbitro; l’imputato, interrogato dal giudice, si è detto (dichiarato, protestato) innocente; amici cari, ora vi dirò (spiattellerò) in faccia la verità; Mario ha detto (proposto) a Federico di fare una gita al mare; ti dico (assicuro),  mio caro, che le cose sono andate come ti ho detto (raccontato); il candidato, se eletto, ha detto (assicurato) che manterrà le promesse; credo che le cose siano andate in questo modo, ma non lo posso dire (affermare) con certezza; Giuseppe gli disse (confidò) in tutta segretezza ciò che aveva appreso.
 
È IMPROPRIO l’uso del termine conseguente nell’accezione di coerente e simili (anche se questo uso ha la "benedizione "di qualche vocabolario). Il vocabolo significa che vien dietro a qualcosa. Non scriveremo o diremo, quindi, sii conseguente con quello che dici ma, correttamente: sii coerente con ciò che dici.
ALCUNI ritengono i verbi  “accentare” e  “accentuare” l’uno sinonimo dell’altro e li adoperano indifferentemente. Le cose non stanno affatto cosí; facciamo, dunque, un po’ di chiarezza. Il primo (accentare) significa “mettere l’accento”: accentare i giorni della settimana; il secondo sta per “aumentare”, “mettere in evidenza”, “rendere piú marcato”: il freddo, in questi giorni, si va accentuando.  Alcuni vocabolari però...  Se amate la lingua non seguiteli.
UN GIORNALE locale titolava: “È una ragazza mezzo matta”. Perché “mezzo” e non  “mezza”? È corretto il titolo? Correttissimo, gentili amici. Mezzo, come aggettivo, concorda nel genere e nel numero con il sostantivo al quale è preposto: mezza mela; mezzi sigari; mezze pagine; mezzi fogli. Quando, invece, è posposto al sostantivo al quale è unito con la congiunzione  “e” resta invariato perché assume il valore di sostantivo con il significato di  “una metà”: due ore e mezzo, vale a dire due ore e “una metà” di un’ora; cinque chili e mezzo, cioè cinque chili e  “una metà” di un chilo. Resta altresí invariato, con valore avverbiale e significato di  “a metà”, quando è unito a un aggettivo per attenuarne il significato: ragazze  “mezzo” matte, vale a dire matte  “a metà”; la casa era  “mezzo” diroccata, cioè diroccata  “a metà”; le luci sono  “mezzo” spente, ossia spente  “a metà”; aveva gli occhi  “mezzo” chiusi, non chiusi interamente. Nell’uso, però, queste distinzioni non vengono osservate anche se è un errore (e non tutti i linguisti concordano) scrivere, per esempio, le cinque e mezza. Un plauso, quindi, al giornale che – una volta tanto – ha rispettato le leggi grammaticali lasciando mezzo invariato: ragazza  “mezzo” matta.


giovedì 9 novembre 2017

Una scoperta (quasi) "senzazionale"

Sovente veniamo accusati di "maltrattare" giornalisti e scrittori (non tutti, ovviamente) perché usano la lingua di Dante in modo errato, mettendo a repentaglio l' "incolumità linguistica" delle persone poco avvezze all'italico idioma. E a questo proposito -  navigando in rete - abbiamo fatto una scoperta (quasi) "senzazionale". Giudicate voi, amici amatori del bel parlare e del bello scrivere. Riteniamo superfluo precisare che la parola corretta è "sensazionale".

martedì 7 novembre 2017

Abbassare la buffa


Pochi, forse, conoscono questo modo di dire - per la verità relegato nella soffitta della lingua - anche se lo adoperano inconsciamente tutte le volte che si lasciano prendere dalla collera e “combattono” contro coloro che – a loro dire – sono rei di gravi offese. L’espressione è una metafora tratta dall’atto che facevano i cavalieri prima di affrontare un combattimento: abbassavano la buffa, cioè la visiera. Con la buffa calata il cavaliere si sentiva più libero, ardito e pronto a ferire e a difendersi. Il modo di dire, però, oggi ha acquisito un significato un po’ diverso: smascherarsi. Si dice, infatti, di chi a un certo punto si fa riconoscere per quello che realmente è.

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La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso: ossicràto. Sostantivo maschile con il quale si indica una bevanda farmacologica composta con acqua, aceto e miele.
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Errata corrige: ho fatto un po' di confusione circa il modo di dire "Abbassare la buffa". Oggi si adopera l'espressione 'ritoccata' "togliersi la buffa", vale a dire "smascherarsi", mostrarsi come si è realmente.

domenica 5 novembre 2017

I "segreti" della lingua

Cortese professore,
continui  pure con le sue "inquietanti restrizioni", non prenda in considerazione il commento del  lettore Gilberto (post "Osservazioni..." 2).  Le sue "restrizioni" hanno consentito a mio figlio, che con me segue assiduamente il suo blog, di apprendere molti "segreti" della lingua italiana e di ottenere ottimi risultati scolastici. Molti di questi  "segreti" sono riportati anche nel suo meraviglioso e istruttivo libro "Un tesoro di lingua", per questo non finirò, anzi finiremo, mai di ringraziarla. Tra i tanti "segreti" ci piacerebbe sapere perché il mezzo di trasporto pubblico, prima dell'avvento del treno e dei veicoli a motore, si chiamava "diligenza", quella, per intenderci, che si vede nei film. Grazie se questa mail avrà una risposta.
Con viva cordialità
Antonio S.
Trieste
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Gentilissimo Antonio, arrossisco e la ringrazio. Il "segreto" di cui in oggetto è stato trattato tempo fa. Le faccio il copincolla.

Vi siete mai soffermati a riflettere sul motivo per
cui la carrozza a due o più cavalli che un tempo
serviva per il regolare trasporto di persone da un
luogo all’altro si chiama (o chiamava) diligenza?
No?! Bene. Allora approfittiamone e viaggiamo
assieme, con la fantasia, sulla diligenza che ci
condurrà al mare. Durante il percorso, breve, vedremo
come è nato il nome di questa vettura che
ha sempre un suo intramontabile fascino.
Come la grande maggioranza delle parole anche
“diligenza” si rifà al padre della nostra lingua:
il latino. E dal latino “diligentia”, appunto, è
nato il termine italiano con due significati diversi
ma strettamente in rapporto tra loro (anche se,
per la verità, diligenza nel significato di “vettura”
ci è giunto dal francese “diligence”: il francese
non è figlio del latino?). Ma andiamo con ordine.
Nella prima accezione il termine diligenza ha
conservato lo stesso significato che aveva il latino
“diligentia”, vale a dire ‘cura’, ‘zelo’, ‘premura’ e
perché no? ‘fretta’. In seguito ha assunto anche
il significato di “vettura”, “carrozza”. Ma che
rapporto intercorre tra diligenza nel significato
di ‘premura’ e quello di ‘carrozza’? Un rapporto
strettissimo. In Francia, tra il Seicento e il
Settecento, si chiamò “carrosse de diligence” un
mezzo di trasporto rapido che viaggiasse con la
massima ‘premura’ (‘diligence’). Con il trascorrere
del tempo, come accade spesso in fatto di
lingua, si tralasciò “carrosse de diligence” e restò
solo ‘diligence’, donde la nostra “diligenza”.



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Ancora sulla "lingua" della stampa


E’ gravissimo il quadro che emerge dall’inchiesta della Procura di Lecce sugli abusi subiti da un’adolescente di un paese della provincia di  Lecce, che è stata recentemente allontanata dalla casa familiare per sottrarla a un clima di omertà che gli inquirenti ritengono pericoloso.

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Il periodo che avete appena letto, tratto da un articolo di un giornale in rete, contiene due errori; uno veniale (matita rossa) l'altro mortale (matita blu). Il veniale è la "e" verbo con l'apostrofo e non, correttamente, con l'accento (È); l'altro, mortale, è la collocazione del  pronome relativo, che in buona lingua italiana si riferisce sempre all'antecedente, in questo caso alla città di Lecce. Stando alla lingua, quindi, dalla casa familiare non è stata allontanata la fanciulla, ma la città di Lecce. Attendiamo, naturalmente, di essere smentiti dai soliti linguisti "d'assalto".