Visite dal primo febbraio 2017

venerdì 20 ottobre 2017

Sanitario: aggettivo e sostantivo




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Saremo accusati, ancora una volta, di  "acredine" (che parolona!) nei riguardi degli operatori dell'informazione se denunciamo uno strafalcione lessicale contenuto nel titolo? Quale? Sanitari. Sanitario è tanto aggettivo quanto sostantivo, ma come sostantivo indica solo e soltanto (si perdoni la tautologia) il personale medico. Ora, con tutto il rispetto, un'infermiera (allieva) non è un medico. In questo caso, quindi, il sostantivo "sanitari" non è adoperato correttamente. Allora? Per ovviare allo strafalcione il titolo andrebbe emendato cosí: «È il sesto tra il personale dell'ospedale». Leggiamo dal Treccani in rete, al lemma sanitario: «[...] 2. s. m. (f. -a) Sinon. di medico, specialmente nel linguaggio burocr.: i s. di un reparto ospedaliero; i s. sono in sciopero, in assemblea; le prescrizioni dei s.; sentire il parere di un sanitario [...]».

giovedì 19 ottobre 2017

Amare una lingua


Dalla dott.ssa Ines Desideri riceviamo e volentieri pubblichiamo
Amare la propria lingua è un po’ come amare una persona. È conservare quel sentimento, pur riconoscendo le mutazioni che – inevitabilmente, con il trascorrere del tempo – avvengono in noi stessi, nella persona che amiamo e, di conseguenza, nel sentimento stesso.
Amare la propria lingua per come fu – cinquanta o cento anni orsono – è un po’ come ostinarsi ad amare una persona per come fu, rifiutandosi di accettare che essa è cambiata, lentamente, quasi senza che ce ne accorgessimo. Eppure è cambiata.
È come contemplare una fotografia in bianco e nero di trenta o quaranta anni fa, nella quale l’amata (o l’amato) è ritratta nel fiore della giovinezza, e non riuscire a volgere lo sguardo verso la persona che oggi è.
Ciò che differenzia una persona da una lingua è che quanto più quest’ultima si evolve e si rinnova tanto più sarà viva, vivo specchio della realtà in cui viviamo, e ricca, poiché al patrimonio lessicale ed espressivo già accumulato nel corso dei secoli si aggiungono nuovi vocaboli e nuove espressioni, senza i quali avremmo un’immagine distorta della realtà e persino di noi stessi.
Gentile dottor Raso,
quando lei invita gli “amanti/amatori della buona lingua” a evitare questo o quel vocabolo, questa o quella espressione   - un francesismo, un barbarismo, l’uso “improprio, per non dire errato” di una preposizione o di un verbo – li invita a contemplare vita natural durante una fotografia in bianco e nero, in cui è immaginariamente ritratta una lingua che, nel frattempo, è cambiata. Ci piaccia o no, è cambiata.
Chi fa la lingua? Chi la studia e chi la usa. Sono loro, insieme, a fare la lingua: il primo attento alle regole, ma senza perdere di vista i mutamenti che sopraggiungono; il secondo  pronto a plasmare l’idioma a seconda delle esigenze comunicative, ma senza perdere di vista i principi basilari che lo regolano.
Avremo linguisti che si cureranno unicamente di leggere testi riguardanti l’uso corretto di una lingua, senza mai aprire un buon libro di narrativa o di poesia, che non siano soltanto Manzoni e Dante? Avremo parlanti e scriventi che si cureranno unicamente di leggere romanzi e poesie – per non citare i messaggi sparati a raffica sui telefonini – senza mai aprire un buon testo di Linguistica? Se avremo questo, significa che questo abbiamo meritato. Tutti: linguisti, parlanti, scriventi, scrittori, giornalisti, insegnanti e studenti. A scapito della nostra bella lingua.
Ines Desideri
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Gentilissima dott.ssa Desideri, ciò che lei scrive è, senza ombra di dubbio, giusto, altrimenti scriveremmo e parleremmo ancora come nel Cinquecento (messere Lodovico e madonna Giovanna). L' evoluzione, però, non deve andare a discapito della "buona lingua" calpestando le norme grammaticali come - chiedo scusa se mi ripeto - l'uso della preposizione "da" con un normale complemento di specificazione: dopo tanto penare è riuscito a ottenere un posto da dirigente. In questo caso la preposizione corretta è di perché si specifica, appunto, di quale posto si tratta. Non vorrei che un domani - con la scusa dell'evoluzione della lingua - si avallase l'uso del piuttosto che con valore disgiuntivo oppure si espandesse a macchia d'olio quell'orribile attimino (tanto caro ai politici): un attimo è un... attimo. Sí, lo so, alcuni vocabolari..., però nella "Grammatica Italiana" del Treccani in rete si può leggere: «Attimino è il diminutivo del sostantivo attimo , che indica di per sé uno spazio temporale brevissimo. Per questo motivo sarebbe improprio l’uso del diminutivo, anche se il suo impiego con valore temporale è del tutto accettabile*, soprattutto nella lingua parlata [...]». 
Termino riportando un periodo tratto dalla descrizione del libro "Piuttosto che" di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota: « Se è vero, infatti, che l’evoluzione della lingua ha semplificato le regole della comunicazione e cambiato il modo di giudicare gli errori, è pur sempre vero che, se si vuole parlare e scrivere correttamente, bisogna interrogare la grammatica e seguire i colorati insegnamenti della matita rossa e blu».

* Accettabile, a mio avviso, è diverso da "corretto".


martedì 17 ottobre 2017

Ancora sull'uso errato della preposizione "da"




I lettori ci perdoneranno se insistiamo e se ci... ripetiamo, ma non possiamo non denunciare - ancora una volta - l'uso scorretto che la stampa fa della preposizione "da". Ci meravigliamo anche del fatto che la prestigiosa "Treccani" in rete, spesso e volentieri, per "convalidare" la correttezza di certi costrutti (ma non è il caso della preposizione "da") citi gli articoli dei giornali, come se questi - ahinoi! - fossero i depositari  della "verità linguistica". Il titolo corretto è, dunque, nozze di fiaba.



Riproponiamo anche un nostro vecchio intervento inerente all'argomento in oggetto.




Alcuni così detti scrittori di vaglia – non sappiamo se per puro “snobismo linguistico” o per scarsa conoscenza delle norme che regolano la nostra madre lingua – adoperano la preposizione ‘da’ in modo improprio, per non dire errato, confondendo le idee linguistiche ai giovani studenti che, attratti dal “nome” dello scrittore, prendono per oro colato tutto ciò che la grande stampa “propina” loro. Sarà bene vedere, quindi, sia pure per sommi capi, l’uso corretto della predetta preposizione affinché gli studenti non incorrano nelle ire dei loro insegnanti, se questi ultimi sono degni di tale nome (la nostra esperienza, purtroppo, ci rende scettici in proposito).
La preposizione “da”, dunque, è usata correttamente quando indica l’attitudine, l’idoneità, la destinazione: pianta ‘da’ frutto; camicia ‘da’ uomo; sala da tè; veste ‘da’ camera e simili. Alcuni scrittori, dicevamo, la adoperano in modo improprio, in luogo della preposizione “di”, quando si parla di una qualità specifica di una cosa e non di una destinazione, sia pure occasionale. In questi casi si deve usare esclusivamente la preposizione “di”, l’unica autorizzata “per legge grammaticale”. Si dirà, per tanto, festa ‘di’ ballo (non da ballo); biglietto ‘di’ visita (non da visita, anche se ormai l’uso errato prevale su quello corretto); uomo ‘di’ spettacolo; Messa ‘di’ Requiem. Durante le celebrazioni per il centenario della morte di Giuseppe Verdi, nel 2001, un grande giornale d’informazione titolò: “Grande successo per la ‘Messa da Requiem’”. Il giornale e il suo redattore titolista non presero a calci solo la lingua italiana, offesero soprattutto la memoria del grande musicista che ha composto, per l’appunto, la “Messa di Requiem”. Ancora. Leggiamo sempre, su tutti i giornali, frasi del tipo: “Il giocatore Sempronio ha ripreso il suo posto da titolare”. Nelle espressioni citate quel “da” è uno “snobismo linguistico” o un … “ignorantismo”? Decidete voi, gentili amici. Ma andiamo avanti. La preposizione “da” non può usurpare le funzioni della consorella “per” quando nella frase c’è un verbo di modo infinito atto a indicare l’uso, la destinazione della cosa di cui la stessa cosa è agente. Diremo, quindi, macchina “per” scrivere, non “da” scrivere (altrimenti sembra che la macchina debba “essere scritta”); matita “per” disegnare, non “da” disegnare e simili. La preposizione “da”, insomma, posta davanti a un verbo di modo infinito rende quest’ultimo di forma passiva .È adoperata correttamente, quindi, se seguita da un infinito nelle espressioni tipo “casa ‘da’ vendere” (che deve essere venduta); “grano ‘da’ macinare” (che deve essere macinato) e via discorrendo. Un’ultima annotazione: la preposizione ‘da’ non si apostrofa mai (per non confondersi con la sorella ‘di’) tranne in alcune locuzioni avverbiali: d’altronde; d’altro canto e simili.







lunedì 16 ottobre 2017

Perché il "lei"



L’usanza di dare del "lei" in segno di rispetto verso la persona cui ci rivolgiamo si può datare, storicamente, attorno al secolo XV. Nei secoli precedenti - parlando o scrivendo - si dava del "tu" se ci si rivolgeva a una persona con la quale si aveva una certa familiarità e del "voi", invece, se il nostro interlocutore era un personaggio di alto rango o con il quale non si era in confidenza. Vediamo, ora, come è "nato" il lei, pronome prima... "sconosciuto". Non ricordiamo se l’argomento è stato già trattato, nel caso ci scusiamo per la “ripetizione”.

L’avvento e il consolidarsi delle varie Signorie - a partire dal secolo decimoquarto - determinò, oltre a un sostanziale "sconvolgimento" delle condizioni politiche, economiche, sociali, culturali e di costume, nuove regole di vita; regole improntate all’insegna della raffinatezza più squisita e della solenne esteriorità. Si capisce benissimo, quindi, come in tale "habitat" il formalismo divenisse regola di vita e come i cortigiani facessero a gara - nell’intento di accattivarsi la "riconoscenza" del potente - nelle manifestazioni ossequiose e molto spesso adulatrici nei confronti del "padrone" che - se non incoraggiava tali espressioni ossequiose - certamente non le disdegnava.

Nacque, così, l’usanza di indirizzare il discorso al signore non rivolgendosi direttamente a lui, cioè alla sua persona ma all’idea astratta di cui costui - nell’intento adulatore di chi parlava - era, per così dire, la personificazione: ci si rivolgeva, dunque, al sovrano adoperando, di volta in volta, titoli come "Vostra magnificenza", "Vostra Signoria", "Vostra Eccellenza" e simili. Questi titoli, nel Quattrocento, erano stati ufficializzati e nel parlare e nello scrivere si adeguava a questi la concordanza pronominale; si adoperava, cioè, "ella", "essa" e "lei" in riferimento, per l’appunto, a vostra magnificenza, vostra signoria, ecc. Tale uso si estese, molto rapidamente, nella prima metà del Cinquecento grazie soprattutto agli Spagnoli, presenti sul nostro patrio suolo, che gratificavano con titoli onorifici anche coloro che non avevano l’autorità signorile (le così dette persone comuni). Questo fatto accrebbe la popolarità del lei che, perso l’originario e specifico valore di forma di ossequio, divenne pura e semplice formula di rispetto, in diretto riferimento alla persona cui si indirizzava il discorso e lo scritto. Occorre ricordare, anche, che l’uso del lei raggiunse solida e completa "stabilità linguistica" quando si cominciò ad adoperare questo pronome non più con funzione esclusiva di complemento ma anche - come è tuttora d’uso - in funzione di soggetto.



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La parola proposta da questo portale: statmica. Sostantivo femminile con il quale si indica la "scienza" che studia i pesi.

domenica 15 ottobre 2017

Alcuni verbi adoperati impropriamente


Diamo un elenco di alcuni verbi adoperati impropriamente -  non in modo errato, si badi bene - e da evitare, per tanto, in buona lingua italiana.
CALCOLARE -  il significato principe del verbo è "fare i conti". È un francesismo bello e buono usarlo nel significato di: valutare, soppesare, considerare, pensare, stimare e simili. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non dirà, per esempio, "abbiamo calcolato il pro e il contro prima di prendere questa decisione", ma "abbiamo valutato il pro e il contro".
DECLASSARE - verbo da lasciare ai gerghi ferroviario e marinaro. Una persona non si declassa, si rimuove da un incarico, da un posto. Ecco alcuni verbi che possono fare - secondo i casi - alla bisogna:  deporre, retrocedere, rimuovere e simili.  
ESULARE - significa "andare in esilio". Gli amanti della buona lingua non lo usino nell'accezione di "essere estraneo" e simili: quello che stai facendo esula dalle tue competenze.
FIGURARE - si eviti l'uso del verbo in oggetto nel significato di "essere presente": alla cerimonia figuravano le massime cariche dello Stato.
FORMARE - non si adoperi questo verbo nell'accezione di  costituire, rappresentare e simili. Non si dica, per esempio, l'appartamento in cui abito è formato da quattro stanze.
GIUBILARE - provare giubilo. È invalso l'uso di usarlo dandogli l'accezione di "mandare in pensione", "collocare a riposo". Non tutti, però, giubilano nel momento di andare in quiescenza...
LUSINGARE - verbo adoperato nell'accezione di "sperare", "confidare" e simili, soprattutto nel gergo commerciale: ci lusinghiamo di averla sempre come cliente. In uno scritto (e parlato) sorvegliato si dirà: confidiamo, speriamo di averla sempre come cliente.

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Da un quotidiano in rete:
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Chi ha subíto la violenza? Stando alla lingua italiana (non cispadana o dei "massinforma"), non l'attrice ma il produttore.
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La frase "incriminata" è stata sostituita (ore 21.30).


venerdì 13 ottobre 2017

«Molestie verbali»


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Questi due titoli di un quotidiano in rete contengono due strafalcioni ortografici. Non li segnaliamo, lasciamo ai lettori amanti della buona lingua il piacere di "scovarli" (riportandoli, se lo desiderano, nei commenti). Insistiamo: c'è ancora qualcuno che ha il "coraggio" di accusarci di "molestie verbali" nei confronti degli operatori dell'informazione?

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Un errore è stato emendato. Qualcuno del giornale si è imbattuto in questo sito? (ore 11.45)

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Le nuove domande preparate dall'Accademia della Crusca, in collaborazione con il quotidiano la Repubblica, per cimentarci nella lingua di Dante. Si clicchi qui.

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Questo strafalcione, però, fa ancora bella mostra di sé:


 DAL 11 NOVEMBRE 2017
Giornali, radio e tv: la lingua dei media


giovedì 12 ottobre 2017

Il procuratore Simona o la procuratrice Simona?


Nonostante le reiterate raccomandazioni dell'Accademia della Crusca e di altre Istituzioni perché non si faccia dell' idioma di Dante una lingua sessista, la stampa (ma non solo) continua, imperterrita, a ignorarle. È il caso, per esempio, del procuratore della Repubblica donna. Nelle varie cronache si legge (e si sente dire) che  «il rapporto  è sulla scrivania del procuratore aggiunto Simona Simonini». In lingua italiana esiste "dai tempi dei tempi" il regolare femminile procuratrice. Perché non adoperarlo e scrivere (e dire), correttamente, "la procuratrice aggiunta Simona Simonini"?  

martedì 10 ottobre 2017

Un rimario in rete




Crediamo di far cosa utile e gradita agli amici "poesiofili" segnalando loro un rimario disponibile in rete.

lunedì 9 ottobre 2017

Gli urli e le urla


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Questo il titolo di un quotidiano in rete. A nostro avviso il titolo sarebbe stato "piú corretto" se gli addetti alla titolazione avessero scritto "gli urli". Perché? Perché "le urla" sono quelle umane considerate collettivamente: le urla dei ragazzi rimbombavano nei corridoi della scuola. Quando non c'è "collettività", come nel titolo (urla solo la donna), è preferibile "gli urli". In proposito si veda qui e qui. Il medesimo distinguo per quanto attiene al plurale di "grido".

domenica 8 ottobre 2017

Un tesoro di lingua


Ci pregiamo informare i gentili lettori che il nostro libro, Un tesoro di lingua, edito dall' «Associazione Nuove Direzioni - Cittadino e Viaggiatore»  e scaricabile gratuitamente dalla rete (non è in commercio), è stato arricchito - a cura del prof. Giuliano Merz, dell'Università di Zurigo - dell'indice delle parole contenute nel volume.
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La parola proposta da questo portale: elisirvite. Si veda qui e qui.

sabato 7 ottobre 2017

La Crusca, l'italiano e l'informatica



L'Accademia della Crusca, in collaborazione con il quotidiano la Repubblica, in occasione dell'uscita di un'altra collana dell' Italiano, ha preparato una serie di domande cui rispondere per mettere alla prova i lettori sulla conoscenza della lingua di Dante. Le domande di questa settimana però, a nostro avviso,  hanno poco (a) che vedere con la lingua italiana in quanto trattano del linguaggio informatico ("Quanto conosci la lingua di Internet?"): su otto domande solo tre - la quinta, la settima e l'ottava (la sesta inoltre, se la memoria non ci inganna, era sta già posta) - riguardano l'italico idioma. Ecco le domande.

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Manifestare: transitivo e intransitivo? 

Secondo quanto scrive Aldo Gabrielli, nel suo "Dizionario Linguistico Moderno", il suddetto verbo è solo transitivo.  «[...] verbo sempre transitivo, si vede oggi usato come intransitivo nel significato di "fare una dimostrazione", cosí come fanno i Francesi col verbo "manifester": "Gli scioperanti hanno manifestato senza il permesso delle autorità". È un uso da respingere senza appello».  È "sbugiardato", però, da tutti i vocabolari dell'uso e dai "revisionisti" del suo stesso vocabolario in rete.

venerdì 6 ottobre 2017

"Sottigliezze linguistiche"


CREDIAMO sia giunto il momento di sfatare una regola - inculcataci ai tempi della scuola - secondo la quale non è corretto adoperare "molto" davanti ai comparativi "maggiore", "migliore", "minore" e simili. È una regola del tutto arbitraria e, quindi, da non seguire. "Molto" davanti ai comparativi assume valore avverbiale con il significato di "grandemente", "in grande misura". Si può benissimo dire, per esempio, il tuo libro è "molto migliore" del mio, vale a dire è "in grande misura meglio" del mio.
Una prova del nove? Si può dire quel libro è "molto piú grande"? Sí. Piú grande non è un comparativo che equivale a "maggiore"?

ALCUNI credono che stentoreo sia sinonimo di stentato. Non è cosí. Stentoreo significa possente, tonante (non stentato, incerto). Questo aggettivo mutua il nome da Stèntore, l'araldo dei Greci che nell'Iliade intima alla città di Troia di arrendersi. Si narra che avesse una voce potentissima, pari a quella di cinquemila uomini messi assieme.

MOLTO spesso si fa seguire il verbo "nascere" dall'aggettivo  "nuovo": è nato un nuovo gruppo industriale. È evidente che si nasce nuovi, non vecchi. In casi del genere nuovo sta per altro. Perché non sostituire nuovo con altro e dire o scrivere, per esempio: è nato un altro gruppo industriale?

INTIMIDIRE -   volendo sottilizzare, non sarebbe appropriato adoperarlo nel significato di "incutere paura", "minacciare", "impaurire" e simili: il pubblico ministero intimidí il teste. L'accezione primaria del verbo è, infatti, rendere timido.

SGORGARE -   anche in questo caso, volendo sottilizzare, non sarebbe corretto - sebbene in uso - adoperare il verbo transitivamente con il significato di "togliere le otturazioni" dalle tubature: l'idraulico, finalmente, ha sgorgato il lavandino otturato. Il verbo, nel suo significato primario, è intransitivo. Non si dice, infatti, che "l'acqua sgorga dalla sorgente"? Diremo, correttamente, che l'idraulico ha sturato il lavandino.


giovedì 5 ottobre 2017

Un «che» mal collocato crea ambiguità


Il  pronome relativo “che” non collocato al posto giusto nel corpo della proposizione può creare ambiguità (nel gergo linguistico questo processo si definisce anfibologia) e i giornali, purtroppo, sono ‘maestri’ in questo campo. Vediamo, dunque, piluccando qua e là dalla stampa, come consuetudine, alcuni pronomi ‘che’ mal collocati. In corsivo i che ‘errati’ e in parentesi quelli messi al posto giusto. Il generale che stimò di piú Napoleone (che Napoleone stimò di piú) fu Massema; lo scopo che si prefigge l’inchiesta (che l’inchiesta si prefigge) è di scoprire, naturalmente, il colpevole; dentro la gabbia c’era il cagnolino che prediligeva il bimbo (che il bimbo prediligeva): un barboncino bianco; i fiori che coltivano i giardinieri (che i giardinieri coltivano) con maggiore cura sono le rose e i garofani; la belva che aveva ucciso il cacciatore (che il cacciatore aveva ucciso) era una magnifica tigre.

mercoledì 4 ottobre 2017

La delucidazione


Ahi, ahi, sentiamo già il dolore che ci procurerà la frusta di qualche linguista se, per caso, si imbatte in questo sito; tutti (?) i vocabolari dell'uso, infatti, ci "sbugiardano". Ma andiamo avanti per la nostra strada. Intendiamo parlare del significato "errato" che si dà al  sostantivo deverbale delucidazione. I vocabolari lo ritengono sinonimo di chiarimento, spiegazione, illustrazione e simili. A nostro modo di vedere, il vocabolo "incriminato" ha un solo significato: eliminazione del lucido. È composto, infatti, con il prefisso "de-", che indica allontanamento e il verbo "lucidare".
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C'è ancora qualcuno che, in coscienza, ci può accusare di gettare fango sugli operatori dell'informazione tacciandoli di scarsa conoscenza dell' uso corretto della lingua italiana? Guardate il titolo della foto in calce, pubblicata da un "grande" quotidiano in rete, e giudicate...



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Segnaliamo agli amici, amatori della lingua italiana, un Dizionario Inverso dell'Italiano Moderno.


lunedì 2 ottobre 2017

Abitativo e alloggiativo: che differenza v'è?


Abitativo e alloggiativo sono sinonimi o i due termini hanno significati diversi? Ci dice tutto l'Accademia della Crusca.
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Sanguinario e sanguinoso - si presti attenzione ai due termini: il primo può essere tanto sostantivo quanto aggettivo (quell’uomo è un sanguinario; un pazzo sanguinario); il secondo è solo aggettivo (una ferita sanguinosa). Vediamo la composizione e il significato intrinseco delle due parole.
Sanguinario, dunque, significa che è portato a uccidere e ce lo dice il suffisso -ario atto a indicare un mestiere, una professione, un’attività (impresa / impresario; banca / bancario; sangue... sanguinario). Sanguinoso, invece, con il suffisso -oso che indica la presenza di una certa qualità o condizione, sta per sporco di sangue.
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Convenire - questo verbo della III coniugazione, a differenza di "venire", di cui segue la medesima coniugazione e  prende l'ausiliare "essere",  quando sta per "mettersi d'accordo" nei tempi composti vuole l'ausiliare "avere": il ministro e le parti sociali hanno convenuto di rivedersi prima della fine del mese. Seguito da un infinito non prende mai la preposizione "di": conviene uscire prima che piova e non *di uscire.

domenica 1 ottobre 2017

Il diavolo vuol papa Paolo


Questo modo di dire - probabilmente sconosciuto a buona parte dei gentili blogghisti - dovrebbe esser noto agli amici perugini e a quelli romani, sebbene con qualche “sfumatura”, in quanto il detto nato in terra d’Umbria è stato “trasportato” nella città dei Cesari. Ma cosa sta a significare? Che nella vita, a volte, per vivere in santa pace è necessario stridere e tacere. Si dice, dunque, che questa locuzione sia nata a  Perugia sotto il pontificato di Paolo III il quale, per “tenere a bada” gli abitanti di quella città (che tentavano di ribellarsi), fece edificare un’immensa fortezza che li dominava da tutte le parti: in questo modo ogni tentativo di sommossa era scongiurato. Cosí sottomessi i Perugini dicevano a denti stretti: “Giacché cosí vuò il diavolo, evviva papa Pavolo”. Questo detto perugino, divenuto proverbio, arrivò a Roma “trasformato” in “il diavolo vuol papa Paolo”


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Tutti conosciamo il termine “prerogativa” e lo adoperiamo comunemente con il significato di “privilegio”, “concessione” e simili: sciogliere il Parlamento è una ‘prerogativa’ del presidente della Repubblica. Vogliamo vedere come è nato il vocabolo? Proviene da due parole latine: “prae” (prima) e “rogativa”, a sua volta dal verbo “rogare” (interrogare, chiamare). Nella Roma dei nostri antenati latini si estraeva a sorte il nome della tribú chiamata (‘rogata’) a esprimere il consenso, il voto, prima (‘prae’) delle altre nei “comizi elettorali”. Da questo participio (rogata) si formò il sostantivo “praerogativa”. Attraverso i secoli il senso primitivo del vocabolo si è via via ampliato fino a significare, per noi, “privilegio”.
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La parola proposta da questo portale (non a lemma nei comuni vocabolari dell'uso): rattraimeto. Sostantivo maschile che sta per "raggomitolamento".

sabato 30 settembre 2017

Merendare col facchino





Chi non conosce – si pure per pratica – il significato di “facchino”? Se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce in oggetto e leggere: “chi, per un certo compenso, trasporta oggetti pesanti; specialmente nelle stazioni ferroviarie o nei porti” e, con significato figurato, e soprattutto spregiativo, “persona dai modi rozzi e volgari”. Bene. Occorre dire, però, che in origine, quando cioè nacque, questo sostantivo non aveva l’accezione volgare odierna, anzi…  Se oggi, qualcuno di voi, cortesi amici, di ritorno da un viaggio di piacere all’estero, si rivolgesse a un funzionario di dogana alla frontiera e lo apostrofasse con un “facchino” offenderebbe il dirigente e potrebbe passare anche un brutto quarto d’ora. Non era, invece, un’offesa quando il termine facchino vide la luce, anche se non tutti concordano sull’etimologia del vocabolo. Il facchino, infatti, originariamente, era lo “scrivano di dogana”. Secondo G.B. Pellegrini (“Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia”) il vocabolo risale alla voce araba “faquih”, teologo, giureconsulto, e passato in seguito a indicare il “legale chiamato a dirimere controversie relative alla dogana”. Il passaggio “corrotto” semantico (significato delle parole) da “doganiere” a “portatore di pesi” (facchino) sarebbe avvenuto in seguito alla gravissima crisi economica del mondo arabo, allorché, nei secoli XIV e XV, i “doganieri” furono costretti – per sopravvivere – al piccolo commercio di stoffe che essi stessi trasportavano – sulle proprie spalle – di piazza in piazza. Con il tempo, quindi, il facchino ha perso il significato “austero” di funzionario di dogana per acquisire quello spregiativo di persona rozza, volgare e per questo motivo si tende a sostituirlo con un termine più “civile”: portabagagli.

Restando in tema di etimologia, vediamo come è nata la “merenda” che – come sappiamo – è una piccola colazione che si fa, generalmente, nel pomeriggio, tra il pranzo e la cena. Diamo la parola, in proposito, a Lodovico Griffa. “Uno dei castighi (…) per i ragazzi era la privazione della merenda (…). Non discutiamo qui se questo castigo  corrisponda ai canoni di una corretta pedagogia; fermiamoci invece a considerare come esso ci riveli un certo modo di pensare a proposito della merenda. Chi ricorreva a questa punizione non intendeva certo privare il ragazzo di una cosa che gli fosse indispensabile o che gli venisse per diritto insopprimibile. Semplicemente pensava di non potergli concedere una cosa, che, essendo un di più, il ragazzo ‘doveva meritarsi’ e che invece con il suo comportamento non aveva meritato. La parola ‘merenda’, infatti, significa  proprio ‘cose da meritare’ (è pari pari il gerundivo latino ‘merenda’, da ‘merere’, meritare, propriamente ‘cose da meritarsi per cibo’, ndr) (…). I nostri buoni vecchi dunque vedevano la merenda pomeridiana (che gli adulti usualmente non consumano) non come un pasto indispensabile (…) ma come un premio aggiunto al normale nutrimento: in quanto premio, essa si concedeva solo a chi l’aveva meritata. I pedagogisti, gli igienisti, i pediatri ci diranno se effettivamente la merenda vada considerata a questo modo; di fatto però nei tempi andati il concetto che si aveva, tradito proprio dal nome ‘merenda’, era questo”.

Sempre per gli amatori dell’etimologia, ricordiamo che dal verbo “merere” derivano alcune parole di uso comune quali “meritare”, “merito”, “emerito” e… “meretrice”. Quest’ultimo vocabolo è il latino “meretrice(m)” e propriamente vale “colei che merita un compenso”, “che si fa pagare”, “che guadagna” (per le sue prestazioni). Da quest’ultimo termine discende, inoltre, l’aggettivo e sostantivo “meretricio”, con il plurale, si badi bene, ‘meretrici’ per il maschile e ‘meretricie’ per il femminile. Questa distinzione di plurali vale – ci sembra superfluo chiarirlo – solo quando il vocabolo è in funzione aggettivale.



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“Su qui e su qua...”. Tutti ricorderanno la canzoncina scolastica: su qui e su qua l’accento non va, su lí e su là l’accento ci va. Pochi, crediamo, ricorderanno la ragione. Ci permettiamo di rinfrescare loro la memoria, anche perché ci capita sovente di leggere sulla stampa gli avverbi di luogo “qui” e “qua” con tanto di accento. Una regola grammaticale stabilisce, dunque, che i monosillabi composti con una vocale e una consonante non vanno mai accentati, salvo nei casi in cui si può creare “confusione” con altri monosillabi ma di significato diverso come nel caso, appunto degli avverbi di luogo “ lí ” e “là” che, se non accentati, potrebbero confondersi con “li” e “la”, rispettivamente pronome e articolo-pronome. Un’altra legge grammaticale stabilisce, invece, l’obbligatorietà dell’accento quando nel monosillabo sono presenti due vocali di cui la seconda tonica: piú; giú; ciò; già ecc. Dovremmo scrivere, quindi, quí e quà (con tanto di accento). A questo proposito occorre osservare, però, che la vocale “u” quando è preceduta dalla consonante “q” fa da “serva” a quest’ultima; in altre parole la “u”, in questo caso, non è piú considerata una vocale ma parte integrante della consonante “q”. Si ha, per tanto, qui e qua senza accento perché – per la “legge” sopra citata – i monosillabi formati con una consonante e una vocale “respingono” l’accento grafico (scritto): me; te; no; lo; qui; qua.

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La parola proposta da questo portale e non a lemma nella quasi totalità dei vocabolari dell'uso: gaetone. Sostantivo maschile con il quale si designa il turno di guardia della durata di due ore.



                                          




venerdì 29 settembre 2017

Maratona: i km si coprono o si percorrono?


Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce “coprire”, leggiamo: rivestire con qualcosa per nascondere; e, in senso figurato, anche occultare, dissimulare, soddisfare, pareggiare, occupare, tenere, riempire, difendersi, percorrere (riferito al tempo impiegato), eccetera.

Orbene, anche se i dizionari ammettono la correttezza del verbo coprire nei suoi significati figurati, noi non possiamo trattenere un sorriso quando leggiamo sulla stampa che «il corridore ha coperto i pochi chilometri che lo separavano dal traguardo in 20’ e 15’’». Ci riesce difficile allontanare dalla nostra mente l’immagine del corridore che, metro per metro, “copre” il percorso con un tappeto non curandosi del tempo che l’operazione richiede, a tutto vantaggio dei suoi avversari. Ci riesce difficile anche immaginare (ma non molto in questo caso) come una persona abbia potuto “coprire” per quindici anni il posto di ministro, incollata con il posteriore sulla poltrona.

Sarebbe il caso – a nostro modestissimo modo di vedere – che gli amanti del bel parlare e del bello scrivere non si facessero plagiare dai massinforma (giornali e radiotelevisioni) e tenessero le parole, o meglio i sinonimi del verbo coprire, a bagnomaria – come si usa per le pietanze – e di “scolarli” caldi caldi nel momento opportuno. Diremo correttamente, quindi, che il corridore ha “percorso” i pochi chilometri in 20’ e 15’’ e che quella persona ha “occupato” oppure ha “tenuto” per 15 anni il posto di ministro (non ‘da’ ministro, come spesso si legge in articoli delle così dette grandi firme: si tratta, infatti, di un normale complemento di specificazione); così diremo che pareggeremo le spese sostenute, non le “copriremo”. I lettori che seguono le nostre modeste noterelle non potranno di certo - crediamo - essere coperti di ridicolo.



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 La parola proposta da questo portale, e ripresa dal "Nuovo De Mauro", è: graveolente.





giovedì 28 settembre 2017

Nozze di sogno o da sogno?



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Probabil-mente ci ripetiamo, e nel caso ci scusiamo, ma come dicevano i nostri antenati Latini... Ci riferiamo alluso improprio, per non dire errato, della preposizione da. La grande stampa, quella, come usa dire, che fa opinione, continua imperterrita a sfornare titoli del tipo “nozze da favola, giornata da incubo, festa da ballo e simili. Bene, anzi male, malissimo: quelda’- contrariamente a quanto sostengono alcuni vocabolari e vari sacri testi grammaticali è errato. Si deve dire “nozze di favola. Perché? Il motivo è semplicissimo. La preposizione da’ è adoperata correttamente solo per indicare la destinazione, lattitudine o l’idoneità di qualcosa: sala da ballo (destinata al ballo); bicicletta da corsa; veste da camera; pianta da frutto ecc. Il suo uso è scorretto, e occorre adoperare la preposizione di, quando si parla, invece, di una qualità specifica di una determinata cosa e non di unoccasionale destinazione. Si dirà correttamente, quindi: festa di ballo; nozze di favola; uomo di spettacolo; notte diinferno e via discorrendo. Una regola empirica ci aiuta nelluso del da’ o del di. Quando il sostantivo che segue la preposizione da’ può essere sostituito con un aggettivo o si può formare una proposizione relativa, la preposizione da’ va cambiata in di. Una vita da inferno, per esempio, può essere cambiata in‘vita infernale’ o in vita che è un inferno, in questo caso, quindi, la preposizione da’ va sostituita con la preposizione di. Ancora. Una notte da’ favola si può trasformare in una ‘notte favolosa o in una ‘notte che è una favola. Quindi: notte di favola*. Unica eccezione: biglietto da visita. Questa locuzione, benché errata, è ormai una forma cristallizzata nelluso. Le eccezioni, si sa, confermano le regole.



* Nel caso in esame la locuzione "nozze da sogno" si può cambiare in "nozze che sono un sogno".



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Si è in possesso della patente di... o da...?



Forse è il caso di ricordare agli esperti della trasmissione televisiva "L'eredità" (di ieri, 27 settembre 2017) che in lingua italiana si dice "essere in possesso della patente di...", non "da". Chi svolge la professione giornalistica ha, dunque, la "patente 'di" giornalista", non "da giornalista", come sentito nel programma di RAI1.

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La parola proposta da questo portale: starlomaco.  Sostantivo maschile, desueto, sinonimo di astronomo. Purtroppo non siamo riusciti, nonostante numerose ricerche, a risalire all'origine del vocabolo.