Visite dal primo febbraio 2017

domenica 10 dicembre 2017

Il prefisso e la stampa



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Continua la nostra "crociata " contro la malalingua della carta stampata e no. Il titolo di questo settimanale in rete contiene uno strafalcione che grida vendetta: super potenza. In lingua italiana, non in quella cispadana, i prefissi si scrivono "attaccati" (mai staccati o con il trattino) alla parola che  segue. Correttamente, quindi, superpotenza. In proposito vediamo cosa dice il Treccani in rete: «super- pref. [dal lat. super-, super "sopra"]. - 1. Con valore locale, forma pochi agg. e sost., nei quali significa "sopra, che sta sopra" (come in superglottico, superumerale) o, più raram., "superficiale" (come in superfinitura). 2. Esprime addizione, sovrapposizione (come in superstrato, superinfezione) o processo o condizione in eccesso rispetto al normale (superalimentazione, superallenamento). 3. Col sign. generico di "che sta sopra, che va oltre, che supera", indica il superamento di un certo limite (come in superalcolico, supersonico), il superamento di determinati caratteri (supernazionale, superpartitico), una posizione preminente (supervisione, superarbitro) o assolutamente preminente (come in superuomo). 4. Per sviluppo del sign. prec., forma numerosi sost. e agg. ai quali conferisce valore superlativo: supercinema, superbollo, supergigante, supermercato; superbianco, superdissetante». Vediamo, anche, come alcuni vocabolari scrivono il termine in questione: Gabrielli: superpotenza: [su-per-po-tèn-za] s.f. Stato dotato di un grande potenziale bellico, spec. di tipo atomico, e di un grande apparato industriale, che gli conferiscono...; De Mauro: superpotenza.  Stato militarmente ed economicamente molto forte, che esercita un’influenza notevole sugli eventi e sulla politica internazionale; Sabatini Coletti: superpotenza  

[su-per-po-tèn-za] s.f. • Stato che possiede un imponente apparato industriale e bellico (spec. nucleare).
Si veda anche l'intervento del 7 scorso: Un titolo "itangliano".


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Dallo stesso settimanale in rete:

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Qui siamo in presenza di un "si passivante", il titolo corretto è, dunque: Candidati acchiappavoti cercansi: la caccia è aperta. Per la differenza che intercorre tra il "si passivante" e il "si impersonale" rimandiamo a un nostro vecchio intervento sul "Cannocchiale". 

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Abbiamo segnalato alla redazione l' "orrore" da emendare ma... l'emendamento non è stato preso (presuntuosamente?) in considerazione.

sabato 9 dicembre 2017

Una "zeugmata"



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Probabilmente qualche linguista - nel caso si imbatta in questo sito - sarà pronto a fustigarci perché censuriamo questo titolo di un quotidiano in rete. Motivo? Il titolo - a nostro avviso - contiene uno zeugma (si potrebbe definire un "quasi errore") che in buona lingua italiana è da evitare. Che cosa è questo zeugma?  È una figura retorica che consiste nel riferire un verbo a due o più elementi della frase che  richiederebbero, invece, ciascuno un verbo specifico. Lo zeugma, insomma, produce un'incoerenza semantica. Nel titolo in oggetto il verbo subiva è collegato tanto a "richieste" quanto a "minacce". A nostro modo di vedere le minacce non si subiscono, si ricevono. In questo caso, per tanto, occorrono due verbi; uno per le richieste e uno per le minacce: la vittima subiva richieste di denaro e riceveva minacce di morte. Secondo il nostro modesto parere i titolisti non sarebbero incorsi in una "zeugmata" se avessero adoperato il verbo ricevere, "buono" sia per le richieste sia per le minacce. Attendiamo smentite dai soliti linguisti, ai quali potremmo rispondere, eventualmente, con le parole di Leo Pestelli: «... Quando Dante scrisse "parlare e lagrimar vedrai insieme..." non fece grammaticalmente una buona figura, ma i retori, con una controfigura, quella dello "zeugma" o aggiogamento, consistente nel riferire un verbo a più parole diverse mentre per il senso non converrebbe propriamente che a una di esse, ci misero prontamente una toppa...».  È bene, insomma, non "zeugmare". Sull'argomento riproponiamo, inoltre, un nostro vecchio intervento. 


* Il titolo della pagina interna è diverso.

giovedì 7 dicembre 2017

Un titolo «itangliano»


Ecco un titolo - di un quotidiano in rete - che si potrebbe definire itangliano :

Crescono le borse post laurea,
ma il 90% dei ricercatori sarà espulso


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Perché itangliano? Perché il prefisso "post-", in lingua italiana, non attaccato alla parola che segue non ha alcun senso. "Post", da solo, si ha solo in lingua inglese con l'accezione di "missiva", "corrispondenza", "posta". Gli amici blogghisti conoscono bene il termine perché "postano" i loro interventi nei vari siti. "Post-", dunque, in lingua italiana è un prefisso con valore temporale o spaziale e come tutti i prefissi si scrive unito alla parola che segue: postlaurea. Vediamo ciò che riporta il Treccani in rete:


 


pòst- [dal lat. post, post- «dopo, dietro»]. – Prefisso di molte parole composte, derivate dal lat. o, più spesso, formate modernamente, nelle quali indica per lo più posteriorità nel tempo, col senso quindi di «poi, dopo, più tardi». Tranne pochi casi in cui ha funzione avverbiale (come quando è premesso a verbi), ha di solito funzione prepositiva rispetto al secondo elemento, che può essere un sostantivo o, più spesso, un aggettivo (postpliocene, postmoderno, postoperatorio). In termini dell’anatomia e anche della fonologia, ha spesso sign. locale, di «dietro, posteriore, situato posteriormente» e sim. (postipofisi, postorbitale, postdentale, ecc.). In parecchi composti si contrappone a  pre- (prebellico - postbellico, preludio - postludio, prematuro - postmaturo), in pochi a anti- (antidiluviano - postdiluviano, antidatare - postdatare) [...].



Si può anche togliere la "t" e scrivere poslaurea se l'elemento che  segue il prefisso comincia con una consonante, come nel caso in oggetto, appunto. Correttamente, dunque: postlaurea o poslaurea.


mercoledì 6 dicembre 2017

L'emarginazione


Cortese dott. Raso,
le sarei molto grato se spendesse due parole sul significato "nascosto" - come spesso usa dire lei - del termine "emarginazione". Ne approfitto per complimentarmi con lei per le sue preziose "noterelle" sul buon uso della lingua italiana, anzi dell'italico idioma come lei ama definire la nostra meravigliosa lingua. Grazie e molte cordialità

Umberto O.

Bologna

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Gentile Umberto, la sua "curiosità" è stata trattata moltissimo tempo fa, le faccio il copia-incolla. Grazie per i suoi complimenti.

Crediamo che nessuna parola italiana abbia avuto più fortuna di quella di cui ci occupiamo in queste noterelle: emarginazione. È sempre sulla bocca di tutti, spesso a sproposito. Ma i fruitori per eccellenza di questo vocabolo sono gli operatori delle scienze sociali: sociologi, psicologi, insegnanti, assistenti sociali. Non c’è un dibattito televisivo in cui uno degli invitati non la tiri fuori. «La causa di quanto sta accadendo, gentili signori, va ricercata nell’emarginazione in cui sono costretti a vivere questi poveri derelitti», così sentenziò, tempo fa, un notissimo sociologo intervistato da un giornalista della Rai sul problema dei nomadi a Roma e in altre città. Cos’è, dunque, quest’emarginazione? C’è da dire, innanzi tutto, che abbiamo notato, con vivo stupore, che alcuni vocabolari non registrano il termine che deriva, ovviamente, dal verbo emarginare, cioè annotare, segnare in margine; è, dunque, un così detto deverbale. Questa omissione dei dizionari si può spiegare, probabilmente, con il fatto che il vocabolo in oggetto non esisteva nell’italiano antico né, tanto meno, nel latino. Il verbo emarginare è una voce gergale degli addetti all’arte tipografica e significa, alla lettera, collocare fuori del margine (il prefisso e- che si riscontra in alcuni verbi suggerisce l’idea di esteriorità: e-mettere, e-leggere) e indica, con la massima chiarezza, l’operazione per cui il tipografo colloca una parola o un gruppo di parole fuori delle righe e, quindi, del corpo stampato, nella parte bianca a lato, per metterle bene in evidenza. Se vi capita fra le mani un libro scolastico potrete notare, infatti, che molte parole sono scritte fuori del testo, del corpo, sulla destra e, per lo più, in neretto, appunto per evidenziarle. Con uso metaforico, cioè in senso figurato, è stato adoperato, anzi è adoperato il verbo emarginare, con i suoi derivati (emarginazione, emarginato) per indicare l’azione per cui una determinata comunità, o l’intera società, tiene fuori del suo corpo – come una pagina stampata – un individuo o un gruppo di individui. A mo’ di esempio potremmo dire che sono emarginati tutti gli immigrati in una città i quali non riescono a integrarsi, a legare con i cittadini indigeni; coloro che per menomazioni fisiche o psichiche non vengono inseriti nella vita quotidiana e normale degli altri esseri umani; coloro che per via delle loro idee diverse da quelle della maggioranza sono isolati e quasi respinti dagli altri; i moltissimi diseredati che la miseria tiene fuori delle condizioni, se non ottimali, per lo meno tollerabili, della maggioranza delle persone che si ritengono civili. Il termine emarginazione suggerisce, per tanto, l’idea di un isolamento, di una quarantena, umiliante e ingiusta. Fino a qualche anno fa l’emarginazione veniva accettata come un male incurabile cui porgeva una mano la carità pubblica o privata. Le cose, però, sembra stiano cambiando... 

martedì 5 dicembre 2017

Strafalcioni divertenti


Navigando in rete ci siamo imbattuti in questo sito dove sono riportati 44 strafalcioni orto-sintattico-grammaticali (molto esilaranti). Divertitevi a correggerli.

domenica 3 dicembre 2017

La lingua "biforcuta" della stampa


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Questo titolo, di un quotidiano in rete, è un affronto alla lingua di Dante: il "non" è errato. Non lo sostiene il signor nessuno, titolare di questo portale, ma un grande della Lingua, Aldo Gabrielli.

“Vuoi venire o non?”

Quanta gente, anche colta, scrive in questo modo, e non sa di sbagliare! “Che tu voglia o non, la cosa non mi riguarda”, “Che questo gli piacesse o non ci sembrava indifferente”: frasi raccolte sui giornali, fin sui libri. E sono frasi sbagliatissime, proprio da matita blu. Bisogna dire: “Vuoi venire o no?”, “Che tu lo voglia o no”, “Che gli piacesse o no”. Ed è presto spiegato il perché.
La negativa no, così fortemente tonica, riassume in sé tutto un discorso (i grammatici la definiscono parola olofrastica, come il affermativo): “Vuoi venire o no?”; quel monosillabo no racchiude infatti l’intera frase sottintesa “non vuoi venire?”; tanto è vero che noi possiamo anche dire distesamente “Vuoi venire o non vuoi venire?”. La negativa non, invece, non ha questo valore riassuntivo, ma è soltanto la premessa negativa di una frase che segue. Nessuno infatti alla domanda “Vuoi venire?” risponderebbe con un semplice “Non” che lascerebbe la frase in sospeso; ma risponderebbe per esteso “Non voglio venire” o userebbe la negazione “No” che riassume questa frase. Vittorini intitolò un suo libro Uomini e no, come dire “Uomini e non uomini”; “Uomini e non” sarebbe stato un titolo strafalcionato.

Il Museo degli Errori, Mondadori, Milano 1977

Da parte nostra aggiungiamo, sommessamente, che il "non" non si può mai trovare in posizione accentata (cioè assoluto, da solo), si deve sempre adoperare in posizione proclitica, vale a dire prima di un’altra parola (o frase) che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni?


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Dal medesimo quotidiano in rete


LIVE



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Anche qui, un altro calcio all'italico idioma. Correttamente: i concerti dal 1 al 7 dicembre. Il motivo lo spiega l'Accademia della Crusca:

«[...]Le indicazioni comprendenti anche mese e giorno sono introdotte modernamente da un articolo maschile singolare: «il 20 settembre 1870»". Per estensione, si può aggiungere che, nel caso di una data come 11/10/1989, l'articolo che vi si anteporrà sarà l' (seguendo la pronuncia della data: l'undici ottobre millenovecentoottantanove); stessa regola vale per le date che iniziano con 1: anche per queste, si considera il modo in cui tali date vengono pronunciate e quindi si scriverà il 1/2/2003 (cioè il primo febbraio duemilatré). Infatti, come specifica Serianni, "Per i giorni del mese si usa l'ordinale per il giorno iniziale [...], ma il cardinale per i giorni successivi, siano o non siano accompagnati dal giorno del mese [...]»

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La parola proposta da questo portale, ripresa dal Treccani: abuna. Sostantivo maschile, indeclinabile. Indica un ecclesiastico (monaco) etiopico.

sabato 2 dicembre 2017

"Conoscere e usare una lingua formidabile"


Repubblica e l'Accademia della Crusca presentano una nuova collana che ti farà innamorare della lingua italiana.
Dalle basi della grammatica all'italiano nell'era digitale, con tanti consigli utili per scrivere e parlare correttamente.
E, in ogni volume, una serie di giochi per metterti alla prova. Riscopri la ricchezza e la bellezza della nostra lingua.
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Fustigateci pure, ma non riusciamo proprio a capire il nesso tra il "linguaggio politico" e l'idioma di Dante. Ci innamoriamo della lingua italiana e impariamo a scrivere e parlare correttamente se sappiamo (o scopriamo), per esempio, chi ha coniato l'espressione "convergenze parallele"? Dubitiamo, onestamente.