Visite dal primo febbraio 2017

lunedì 18 settembre 2017

Campare (o vivere) di lucertole


Probabilmente il modo di dire è sconosciuto ai piú perché di uso non comune. L'espressione si adopera nei confronti di una persona molto magra. Perché? Perché secondo la credenza popolare questi animaletti fanno dimagrire. La persona molto longilinea, quindi, dà l'impressione che si nutra esclusivamente di lucertole, in senso figurato, naturalmente. Questa locuzione di origine popolare e contadina sembra sia nata dall'osservazione degli animali, dei gatti randagi in particolare. Questi felini randagi di campagna si nutrono di piccole prede, tra cui, appunto, le lucertole. Questo tipo di carne, comunque, non è assimilabile in quanto conterrebbe una sostanza molto tossica che induce al vomito o, per lo meno, compromette la digestione.

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Ancora un verbo - a nostro modo di vedere - adoperato, molto spesso, impropriamente e con l’avallo di buona parte dei vocabolari. Stiamo parlando del verbo procurare, il cui significato proprio è “ottenere”, “fare avere”, “procacciare” e simili: ti procurerò il denaro necessario per il viaggio. Alcuni lo adoperano dandogli un significato che, ripetiamo, a nostro avviso non ha: “causare”, “provocare”, “arrecare”, “cagionare” e simili. Si legge, spesso, sulla stampa: «L’alluvione ha procurato ingenti danni al tetto», oppure «L’ansia gli ha procurato intere notti in bianco». In casi del genere i verbi appropriati si possono scegliere tra quelli su menzionati, vale a dire “arrecare”, “provocare”, “causare” ecc.

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Mogio e moggio - si presti attenzione a questo termine perché cambia di significato secondo la grafia. Con una sola "g" è un aggettivo e vale avvilito, abbattuto e simili: è rientrato mogio. Per quanto attiene al plurale femminile alcuni vocabolari ammettono tanto mogie quanto moge. A nostro modo di vedere è preferibile la prima forma (mogie) per rispettare la regola del plurale dei nomi (e degli aggettivi) in "-gia" (e "-cia")*. Con la doppia "g" è un sostantivo e indica un'antica unità di misura agraria: due moggi di granoturco. Ha due plurali, uno regolare maschile, moggi, e uno irregolare femminile, moggia.

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* Si veda qui.


domenica 17 settembre 2017

Il "Battaglia" in rete

Per gli amatori del bel parlare e del bello scrivere (ma non solo) il grande vocabolario della lingua italiana di Salvatore Battaglia sarà presto consultabile, gratuitamente, in rete.  Qui, la notizia.

sabato 16 settembre 2017

Mancanza o assenza?


Sì, abbiamo proprio deciso di attirarci gli strali dei linguisti e dei vocabolaristi condannando, senza appello, la voce assenza nell'accezione di mancanza: per assenza di elettricità l'ascensore è fuori servizio. L'assenza, potremmo dire, è la non presenza, e la presenza — a nostro modesto avviso — si riferisce a una persona non a una cosa. L'assenza, insomma, è la mancata presenza o lontananza da un luogo in cui una persona dovrebbe essere o si trova di solito. L'assenza, insomma, non può essere sinonimo di 'penuria', 'difetto', 'scarsità', 'deficienza', 'mancanza' e simili. Non diremo, per esempio, gli sportelli sono chiusi per assenza di collegamento alla rete, ma correttamente, per mancanza di collegamento. Sembra che il Tommaseo-Bellini ci dia ragione.
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La parola proposta da questo portale: sparnicciare. Verbo: spargere, sparpagliare e simili.

venerdì 15 settembre 2017

Il "terrone" e il "polentone"



Un'interessante spiegazione - dell'accademia della Crusca - sull'origine dei due termini.
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Trombista? Sí, il maestro sonatore di tromba
Dal Treccani "Domande e risposte"
Tutti i vocabolari concordano nel definire "trombettista" il musicista che suona la tromba. Il termine mi sembra quasi offensivo essendo un derivato di trombetta. La... trombetta, infatti, indica la "tromba per bambini". A mio modo di vedere il maestro sonatore di tromba si deve chiamare, correttamente, "trombista", da "tromba" più il suffisso "-ista". Questo suffisso indica, infatti, la persona che segue una determinata attività. Se da chitarra abbiamo "chitarrista", da violino "violinista", da batteria "batterista" ecc. non si capisce per quale illogico motivo non si possa dire "trombista".
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Accogliamo con piacere questo logicistico suggerimento di un attento e creativo lettore-autore di proposte neologiche. Lo accogliamo consapevoli che, nell’uso, da tempo, è adoperato, per metonimia, tromba nell’accezione di ‘suonatore di tromba’ (la prima tromba dell’orchestra della Scala), mentre trombettiere, con altro suffisso, si riferisce a chi, nelle forze armate, dà i segnali con la tromba.
Forse oggi potrebbe ostare all’uso di trombista la collisione omofonica con la parola volgare che indica ‘chi tromba’.
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Poiché e poi che - entrambe le grafie sono corrette, sebbene sarebbe... bene fare un distinguo. Adopereremo la grafia analitica (due parole) quando questa  congiunzione  subordinante introduce una proposizione temporale acquisendo l'accezione di "dopo che": poi che si vide scoperto il ladro non oppose resistenza alle forze dell'ordine. In grafia univerbata (una sola parola) allorché introduce una proposizione causale: poiché si era comportato male, il ragazzo fu aspramente rimproverato dall'insegnante.

giovedì 14 settembre 2017

La prognosi


Sempre per la serie la lingua biforcuta della stampa

Insistiamo: la prognosi non è un reparto ospedaliero, come lo sono, per esempio, "cardiologia", "ortopedia" ecc.,  ma la "previsione" circa la durata e l'esito di una malattia o di un trauma. Leggiamo dal Treccani:

 prògnoi s. f. [dal gr. πργνωσις «previsione», poi «prognosi», der. del tema di προγιγνσικω «conoscere prima, prevedere»; lat. tardo prognōsis]. – 1. In medicina, previsione sull’ulteriore decorso e soprattutto sull’esito di un determinato quadro morboso in esamefareformulare una p.; pesattaerrataindovinare, sbagliare la p.; pimmediata, quella che si riferisce all’evoluzione prossima del quadro morboso in atto; plontana, quella riguardante l’esito finale (con terminologia latina, prognosi quoad vitam, relativa alla vita del paziente, che comprende la pimmediata e la plontana; e pquoad valetudinem, che riguarda la capacità di recupero funzionale dell’organismo); pbenigna (o fausta), riservata (cioè sospesa, che non si pronuncia), infausta, non benigna.

Da un quotidiano in rete:
Il titolo in oggetto, dunque, è errato e grida vendetta. La bimba è stata ricoverata (in ospedale) con prognosi riservata.

mercoledì 13 settembre 2017

"Spigolature linguistiche" (2)


Mettere in guardia – l’espressione significa avvisare qualcuno di guardarsi da persone o da cose dalle quali potrebbe averne un danno e si costruisce, per tanto, con la preposizione da, non su: Paolo ha messo in guardia Giovanni dai risultati che otterrebbe se intraprendesse quella strada. I giornali non rispettano questa "regola" e scrivono su. Se amate la lingua...

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L’articolo, come recitano i vocabolari e le grammatiche, è “quella parte variabile del discorso che determina e distingue il nome o il pronome a cui è unito”. Alcune volte, però, il suo uso è superfluo e va a discapito della “scorrevolezza” dei nostri scritti: sta alla nostra “sensibilità linguistica”, dunque, l’uso dell’articolo. Vediamo, piluccando qua e là, alcuni casi in cui l’articolo (superfluo) appesantisce il discorso. In corsivo l’articolo superfluo. L’oratore ha parlato in un modo meraviglioso; nel nostro Paese la caccia è quasi esclusivamente praticata  allo  (a) scopo di diporto; l’insegnante aveva da fare con degli alunni incorreggibili; l’uomo rapito e tenuto prigioniero per sei mesi non ebbe che del pane e dell’acqua; il giovane arrestato ha confessato ai giudici delle cose da fare inorridire; quel ragazzo aveva delle orecchie enormi, che lo rendevano veramente ridicolo; gli ospiti stranieri hanno voluto rendere un omaggio ai nostri Caduti; tutto ciò fu una mera illusione.

  

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 Due parole due sull’uso corretto di qualunque perché non sempre è adoperato... correttamente. Qualunque, dunque, è un aggettivo indefinito di quantità  e significa l’uno o l’altro che sia. È invariabile e non si può adoperare in funzione di pronome (il pronome corrispondente è chiunque). Essendo invariabile non ha plurale;  non è “ortodosso”, quindi, scrivere o dire, per esempio: non mi convincerete mai, qualunque siano le vostre motivazioni. Un verbo di numero plurale (siano) non può riferirsi a un singolare (qualunque). In casi del genere si sostituisca qualunque con quali che (siano le motivazioni). Alcuni vocabolari ammettono, sia pure raramente, l’uso al plurale, in questo caso, però, sempre posposto al sostantivo. Un’ultima annotazione. Qualunque si può adoperare anche in funzione di aggettivo relativo unendo due proposizioni e il verbo che segue va al congiuntivo (popolare l’uso dell’indicativo). In quest’ultimo caso è grave errore farlo seguire dal pronome “che” (essendo insito in qualunque). Non, quindi: voglio sapere qualunque cosa che voi facciate, ma, correttamente, “qualunque cosa facciate”.



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Metro cubo o metro cubico? Secondo alcuni “sacri testi” entrambe le forme sono corrette. A nostro avviso la sola forma corretta è metro cubo: cinque metri cubi. Il metro cubo è un’unità di misura di volume, pari a un cubo che ha lo spigolo di un metro. Donde salta fuori quel “cubico”? Lo stesso discorso per metro quadrato. Non si dica, quindi, cinque metri quadri (come si sente e si legge spesso) ma cinque metri quadrati.



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 Probabilmente non tutti saranno d’accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c’è un verbo che  “sa” troppo di burocrazia e andrebbe,  a nostro modo di vedere, sostituito con altri piú  “consoni”. Il verbo incriminato è  “declinare”. Non dimentichiamo che l’accezione primaria del suddetto verbo è  “volgere, tendere gradatamente al basso” derivando dal latino “chinare” (inclinare): la montagna ‘declina’ verso la pianura. Adoperarlo nel senso di  “rendere noto” o di “respingere” ci sembra, per l’appunto, un  “abuso linguistico”. Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge “declinò le generalità” (le rese note); la direzione “declina ogni responsabilità”; Mario “ha declinato l’invito”. Non è meglio dire “respinge” ogni responsabilità; “dette” (o riferí) le generalità e “ha rifiutato, non ha accettato” l’invito? Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni “incriminate” meglio è per il  “bene” della lingua di Dante.



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A coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere ricordiamo che la preposizione “su” si costruisce direttamente senza l’ausilio della sorella “di”, tranne che con i pronomi personali dove la preposizione “di” può essere o no espressa (dipende dal gusto personale). Scriveremo e diremo, quindi: il pappagallino è stato ritrovato “su” una casa diroccata (non: su di una casa); faccio affidamento “su di” te (ma anche: su te).

  

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È alquanto inutile - come molti fanno - far seguire il verbo "aggiungere" da "anche": aggiungere anche del pomodoro. Il suddetto verbo sta pure per anche; come per quindiinoltre, ancora.



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Sempre sulla lingua biforcuta della stampa:


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Dal titolo del giornale in rete apprendiamo - non lo sapevamo, data la nostra crassa ignoranza - che da un'inchiesta si può essere assolti.  Sapevamo che si può essere assolti da un'accusa, non da un'inchiesta. Da un'inchiesta si...  "esce". Non sarebbe stato meglio, al fine di non ingenerare  una "confusione linguistica", titolare "... assolto nell'inchiesta che..."?

martedì 12 settembre 2017

Miscellanea

ALCUNE osservazioni - che non tutti i sacri testifanno - sulluso corretto dellaggettivo indefinito qualche. Cominciamo con il dire che è solo singolare e che si antepone al sostantivo cui si riferisce: Giulio non è ancora tornato, sarà andato a fare qualchecommissione urgente. Preceduto dallarticolo indeterminativo (un, una) al costrutto un valore” enfatico: ti prego, dammi ‘una’ qualche notizia su quellaffare. In proposizioni negative è errato – come molti fanno, alla testa i cosí detti mezzi di comunicazione di massa dargli il significato di alcuno, “nessuno”: non ho mai avuto qualche dubbio in proposito. In buona lingua si dirà: non ho mai avuto ‘nessun’ (alcun) dubbio in proposito. È altresì errato sempre come fanno alcuni dargli il significato di qualunque”: cè lo sciopero dei mezzi di trasporto ma raggiungi il posto di lavoro in qualche modo. Diremo, correttamente: in qualunque’ modo.

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SEMPRE a proposito della lingua biforcuta della stampa, ci piacerebbe sapere quando e in quali circostanze il sostantivo maschile "ente" si è sottoposto a un'operazione chirurgica per il cambio di sesso. Titola, infatti, un settimanale in rete:  Eni indagata per corruzione in Congo. L'acronimo ENI non sta per "Ente Nazionale Idrocarburi"? Ente, dunque, non è maschile? Come si spiega quel femminile "indagata"? Ringraziamo fin d'ora chi saprà illuminarci in merito.
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FORSE non tutti sanno che il verbo transitivo "perseguire", della terza coniugazione, oltre alla coniugazione normale segue, in alcuni tempi, anche quella incoativa, inserendo l'infisso "-isc-" tra la radice (o tema) e la desinenza: io perseguo o io perseguisco.  Ha due significati che non  sarebbe azzardato definire "antitetici": 'dare la caccia', quindi perseguitare e 'mirare a', 'attendere a', quindi raggiungere uno scopo.
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A PROPOSITO di maltempo in Florida, tutti i "dicitori" dei vari radiotelegiornali pronunciano il nome dello Stato con accentazione sdrucciola, vale a dire con l'accento sulla "o" (Flòrida), ma in lingua italiana (siamo in Italia?) la pronuncia è piana, l'accento, quindi, deve cadere sulla "i": Florída.