Visite dal primo febbraio 2017

martedì 21 novembre 2017

"Anomalie" sintattico-grammaticali


Pilucchiamo qua e là, senza un preciso ordine logico, ma come ci vengono alla mente, dal linguaggio comune alcuni strafalcioni o "anomalie" sintattico-grammaticali che gli amatori della lingua devono assolutamente evitare. Cominciamo con il verbo “tenere” adoperato, il piú delle volte, con il significato di “possedere”, “avere”. Tale uso è da non seguire essendo di carattere prettamente dialettale; il significato proprio (e “corretto”) del verbo è “sostenere”. Non si dirà, per tanto, “tengo una bella casa” ma, correttamente, possiedo una bella casa. Da evitare anche - se si vuole parlare e scrivere bene - la locuzione “tenere il letto” nel senso di “stare, rimanere a letto”. Questo verbo, inoltre, non è sinonimo - come molti erroneamente credono - dei verbi “reputare”, "stimare" e “giudicare”. Le espressioni comuni, quindi, “tenere in molto o poco conto”, “tenere in molta o poca considerazione” una persona sono da gettare, decisamente, alle ortiche. Sí, sappiamo benissimo che molte “grandi firme” le adoperano a ogni piè sospinto, ma sappiamo, anche, che molte grandi firme usano la lingua a loro piacimento: non rispettano assolutamente le piú elementari norme grammaticali. Voi, amici blogghisti amanti della lingua, non seguite questi esempi "nocivi". Non adoperate - come abbiamo letto in una grande firma del giornalismo, che non nominiamo per carità di patria, il verbo tenere nelle accezioni di: importare, desiderare, volere, premere. Sono tutte forme dialettali e di conseguenza orrendamente scorrette in uno scritto sorvegliato. Ancora. Il verbo “marcare”, che etimologicamente sta per  “segnare, contrassegnare con marchio”, “bollare”, non si può adoperare - sempre che si voglia parlare e scrivere correttamente - come sinonimo di  “annotare”, “prendere nota”, “registrare” o con il significato, obbrobrioso, di “rimarcare con la voce”. In quest’ultimo caso ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: accentuare, caricare, rafforzare. E finiamo con l’aggettivo “marrone” che non va mai pluralizzato. Diremo, quindi, guanti marrone; scarpe marrone (non “marroni”) in quanto si sottintende “del colore del marrone”, cioè del frutto del castagno: due vestiti (del colore del) marrone. La medesima "regola" per quanto attiene all'aggettivo "arancione": una camicia arancione; due camicie arancione. E a proposito di marrone, segnaliamo un termine  non comune: marroneta. Sostantivo femminile sinonimo di castagneto. È composto del sostantivo "marrone" e del suffisso "-eta" (insieme di...).


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Tutti dovremmo sapere che - stando alla regola generale - i verbi transitivi, nella forma composta attiva prendono l’ausiliare avere (ho amato), in quella del passivo l’ausiliare essere (sono lodato). Gli intransitivi, avendo soltanto la forma attiva, prendono ora l’ausiliare avere (ho dormito), ora l’ausiliare essere (sono partito) secondo l’uso comune. Solo un buon vocabolario potrà sciogliere i dubbi che possono di volta in volta insorgere a tale riguardo. Nonostante ciò ci capita di leggere sulla stampa frasi in cui l’uso dell’ausiliare è errato. Vediamo, piluccando qua e là, alcuni esempi in cui l’ausiliare è, per l’appunto, errato; in corsivo l’ausiliare errato, in parentesi quello corretto. Una immensa folla ha affluito (è affluita) in piazza S. Pietro per ascoltare le parole del Pontefice; dopo l’incidente il treno è (ha) deviato presso la stazione piú vicina; l’incendio, che ha (è) divampato rapidamente, ha impegnato per molte ore i vigili del fuoco; le Frecce Tricolori sono sorvolate (hanno sorvolato) su piazza del Popolo; la notizia clamorosa dell’arresto eccellente ha dilagato (è dilagata) rapidamente per tutta la città; l’operazione di polizia ha avuto luogo appena ha (è) annottato; il ragazzo stava per morire dissanguato perché il sangue aveva (era) fluito dalla ferita per parecchie ore. Potremmo continuare ma ci fermiamo qui. Un’ultima annotazione. Per quanto riguarda i vocabolari è meglio "spulciare" diversi dizionari: molto spesso uno contraddice l’altro. Se due su tre concordano...



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Un sito utile per l'apprendimento di una corretta pronuncia (ortoepia) dell'italico idioma.





lunedì 20 novembre 2017

Che zagaglia!


La parola, ripresa dal Treccani, proposta da questo portale: zagaglia. Sostantivo femminile; indica un'arma simile alla lancia. Si veda anche qui e qui.

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"Epifanizzare"? Sí. Ce lo spiega la Crusca.

domenica 19 novembre 2017

"La lingua della musica"


Anche i "quiz" di questa settimana - proposti dalla Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica - hanno poco che vedere - a nostro parere -  con «l'Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile», come recita il titolo dei volumi redatti dalla stessa accademia. Su 8 domande solo 3 fanno riferimento alla lingua di Dante. Di queste, la sesta - che riportiamo - ci lascia perplessi perché la risposta che si deve dare ("zeppa") non si trova in nessuno dei "sacri testi grammaticali" in nostro possesso. La riportano solo i dizionari (ma bisogna saperlo, ovviamente) tra cui il vocabolario Treccani in rete, al punto 2/b.
Nel verso volare, oh oh, come si chiama quell’oh, oh?
onomatopea     zeppa

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La parola proposta da questo portale: omeomeria. Sostantivo femminile del linguaggio filosofico; sta per "somiglianza".

venerdì 17 novembre 2017

Osservazioni... (4)


Probabilmente non tutti saranno d’accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c’è un verbo che  “sa” troppo di burocrazia e andrebbe,  a nostro modo di vedere, sostituito con altri piú  “consoni”. Il verbo incriminato è  “declinare”. Non dimentichiamo che l’accezione primaria del suddetto verbo è  “volgere, tendere gradatamente al basso” derivando dal latino “chinare” (inclinare): la montagna ‘declina’ verso la pianura. Adoperarlo nel senso di  “rendere noto” o di “respingere” ci sembra, per l’appunto, un  “abuso linguistico”. Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge “declinò le generalità” (le rese note); la direzione “declina ogni responsabilità”; Mario “ha declinato l’invito”. Non è meglio dire “respinge” ogni responsabilità; “dette” (o riferí) le generalità e “ha rifiutato, non ha accettato” l’invito? Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni “incriminate” meglio è per il  “bene” della lingua di Dante.

Le cronache dei giornali ci hanno abituato, purtroppo, a convivere con un bruttissimo barbarismo: cappottare. Leggiamo, sovente, frasi del tipo: l’automobile, dopo il pauroso scontro, si è cappottata e tutti gli occupanti sono deceduti sul colpo. Premesso che non vorremmo mai leggere notizie di questo tenore, vogliamo spendere due parole sull’origine e sull’uso di questa orribile... parola. Innanzi tutto è un francesismo e in quanto tale in buon italiano non si dovrebbe adoperare. Ci sono termini italianissimi  che fanno alla bisogna: capovolgere e ribaltare. Il francese “capoter”, da cui l’italiano “cappottare”, è un termine di origine marinaresca e sta a indicare il rovesciarsi di una nave. Dalle navi il vocabolo è passato, consolidandosi, al linguaggio automobilistico e aeronautico. Se proprio lo si vuole adoperare lo si usi, almeno, con una sola “p”: capottare. Cosí facendo si ferisce una sola lingua, non due. “Cappottare”, a nostro modo di vedere, è un termine ibrido: né francese né italiano. Dimenticavamo una cosa ancora piú importante, se proprio si vuole adoperare questo verbo barbaro: il suo ausiliare “naturale” è ‘avere’ (non essere); l’auto ‘ha’ capottato. Perché? Perché come tutti i verbi che indicano un moto fine a sé stesso si deve coniugare con l’ausiliare avere.

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 La parola proposta da questo portale: cachinnare. Verbo - derivato di cachinno - che vale "ridere sguaiatamente,  rumorosamente". Nella lessicografia della Crusca troviamo l'avverbio squaccheratamente, vale a dire "ridere sconciamente, con grande strepito". Si veda anche qui.

giovedì 16 novembre 2017

"Non ancora..." o "ancora non..."?



Un interessante articolo della Crusca su: «Non ancora» e «ancora non».

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Divertitevi con la lingua italiana cliccando qui.

mercoledì 15 novembre 2017

Il "sesso" del/della carcere


Il figliolo di un nostro amico ha “rimediato” un’insufficienza in un componimento in classe perché ha scritto “una” carcere anziché  “un” carcere, come gli ha fatto rilevare il suo professore di lingua e letteratura italiana. Ci dispiace immensamente per il figlio del nostro amico, ma ci dispiace ancora di piú per la “pochezza linguistica” dell’insegnante di scuola media superiore: l’alunno “sbagliando” non ha... sbagliato. Ci spieghiamo meglio.  Carcere – e il professore dovrebbe saperlo – nel singolare può essere tanto di genere maschile quanto di genere femminile, anche se quest’ultimo è di uso, per lo piú, letterario (nel plurale è tassativamente femminile: ahi, la stampa: *i carceri!). Vediamo, per sommi capi, la sua storia per capire la  “nascita” dei due generi.  Il termine carcere, dunque, indica contemporaneamente il luogo, o meglio l’edificio, ove viene scontata la pena e la pena medesima: lo hanno rinchiuso in carcere; gli hanno dato due anni di carcere. In quest’ultimo senso era molto comune, nei tempi andati, l’espressione  “carcere duro” (e ciò spiegherebbe il genere maschile) con cui veniva indicata una pena particolarmente rigorosa. Silvio Pellico, nelle  “Mie prigioni”, descrive minuziosamente questo tipo di pena: “Essere obbligato al lavoro, portare la catena ai piedi, dormire su rudi tavolacci, e mangiare il piú povero cibo immaginabile”. Da questa  espressione singolare maschile è nato il normale plurale maschile: carceri duri. Carcere, quindi, nel singolare può essere sia maschile sia femminile, in quest’ultimo caso rispetta la  “regola” dei sostantivi in  “-e” che sono, in buona parte, di genere femminile. Per concludere possiamo affermare che ‘carcere’ nel singolare è maschile se indica la pena: cinque anni di carcere; carcere preventivo; femminile se indica il luogo: una carcere fatiscente. C’è da dire, però, che nell’uso i due generi si confondono (e “confondono” i professori) con una netta prevalenza del maschile. Nel plurale sarà tassativamente femminile: le carceri. Per quanto attiene all'etimologia, diamo la "parola" a Ottorino Pianigiani, anche se ritenuto non fededegno da (quasi) tutti i linguisti.

sabato 11 novembre 2017

La lingua e la Crusca

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Probabilmente siamo un po' tardi di  "comprendonio", ma proprio non riusciamo a capire il nesso tra i nuovi  "quiz", redatti dall'Accademia della Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica, e «l'Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile», come recita il titolo dei volumi redatti dalla stessa accademia. Saremo grati a chi ci illuminerà in merito.

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Una (mezza)* mostruosità linguistica scovata in rete:

Coniugazione del verbo redarre

www.coniugazione.eu/verbo/redarre
Coniugazione del verbo redarre, indicativo, congiuntivo del verbo redarre, condizionale e participio del verbo redarre, significato del verbo redarre.
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* Mezza perché, fortunatamente, le altre voci verbali, escludendo l'infinito, sono corrette.