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lunedì 23 aprile 2018

Sgroi - Congiuntivo o indicativo? Costi e benefici


di
Salvatore    Claudio Sgroi*

L'uso del congiuntivo, si sa, è un topos e un tormentone, che riguarda la norma e la teoria grammaticale, di parlanti e di rubriche linguistiche. Sul tema è ritornato domenica scorsa Francesco Sabatini nel corso del programma di "Rai UnoMattina in Famiglia", dedicato al "Pronto soccorso linguistico".
In uno spot pubblicitario un ascoltatore ha sentito la frase (i) "Nessuno quando nasce pensa che i serpenti sono velenosi". E ha chiesto: "non sarebbe più corretto dire siano velenosi?".
Il giudizio di valore sulla frase con l'indicativo può in effetti variare secondo i parlanti. Per l'ascoltatore la presenza dell'indicativo nella frase dello spot la renderebbe errata. E questa è una valutazione assai diffusa. Tradizionalmente, il congiuntivo è definito infatti come modo dell'incertezza, del dubbio, della soggettività rispetto all'indicativo modo invece della realtà. E quindi col verbo "pensare" il solo modo corretto sarebbe il congiuntivo.
Ma Sabatini ha subito risposto (condivisibilmente) che si tratta di frasi entrambi "corrette". Con quali argomentazioni? Sabatini non ha attribuito esplicitamente al congiuntivo il valore di modo della soggettività. Sottilmente, egli ha sostenuto che le frasi "sono corrette tutt'e due" perché presentano due diversi significati dipendenti dal verbo pensare. Il quale può significare (i) "pensare-credere con dubbio, ipotizzare" (soggettività) e quindi la frase reggente va al congiuntivo: (i) "(Quando nascono) i bambini non pensano che i serpenti siano velenosi". Ovvero "Nessuno quando nasce pensa che i serpenti siano velenosi". Ma pensare può anche significare (ii) "pensare-sapere" (oggettività). E quindi la dipendente va all'indicativo: (ii) "(Quando nascono) i bambini non pensano che i serpenti sono velenosi". Ovvero "Nessuno quando nasce pensa che i serpenti sono velenosi". Frasi perciò entrambe corrette ma con diversi significati.
Per altri parlanti, però, le due frasi all'indicativo e al congiuntivo non presentano (condivisibilmente) alcuna differenza di significato. Il verbo credere vale solo "ritenere", "pensare", stando anche ai dizionari. Un enunciato come "Credo che Dio esist-e" (all'indicativo) o "Credo che Dio esist-a" (al congiuntivo) in bocca indifferentemente a credenti, dimostra invero la inconsistenza della teoria tradizionale del congiuntivo dipendente (incertezza) opposto semanticamente all'indicativo (certezza). Con l'indicativo una frase come "Penso che viene" può in realtà non "suonar bene". Come dire che è molto informale, non-elegante.
Se invece il parlante prova ad opporre frasi quali: (iii) "Penso che stia/sta venendo (da qui a poco)", (iv) "Penso che venga/viene (ora)", (v) "Penso che verrà (tra poco, domani, tra una settimana)", il compimento dell'azione di "venire", rispetto al momento dell'enunciazione ("penso"), è spostato gradualmente in avanti. Si passa infatti da (iii) l'aspetto progressivo del gerundio, a (iv) l'azione presente, a (v) l'azione futura. Se poi si aggiunge (vi) "Penso che verrebbe", si introduce col condizionale la modalità della potenzialità della realizzazione dell'azione di "venire".
Ma lo stesso parlante a cui non suona (o suoni) bene "Penso che viene" può non percepire alcuna 'stonatura' in (iii.a) "Penso che sta venendo" (all'indicativo) rispetto a (iii.b) "Penso che stia venendo" (al congiuntivo), probabilmente perché la distanza indicativo-congiuntivo "sta/stia", rispetto a "viene/venga", è al confronto minima, legata alla sola vocale "i".
 E in effetti, la motivazione di fondo per cui l'indicativo tende a guadagnare terreno sul congiuntivo è morfo-fonologica, dovuta cioè alla debole identità morfologica del congiuntivo, spesso omofono con l'indicativo (es. "am-i/am-iamo"), e alla sua scarsa "salienza fonica", legata com'è a una sola vocale (es. "am-ino", "am-ano").
Da qui, la tendenza del parlante alla economia linguistica, al "minimo sforzo" (una sola forma), anziché distinguere due forme, peraltro prive di una differenza di significato. Come dire che il "costo" del congiuntivo non sempre è valutato come proporzionale al suo "beneficio" solo formale e non significativo.


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania.

Tra i suoi ultimi libri Il linguaggio di papa Francesco (Libreria editrice Vaticana 2016), Maestri della linguistica otto-novecentesca (Edizioni dell’Orso 2017), Maestri della linguistica italiana (Edizioni dell’Orso 2017).


sabato 21 aprile 2018

Tifare: verbo transitivo e intransitivo?


Alla domanda del titolo risponde l'Accademia della Crusca. Fra tutti i vocabolari consultati, il Garzanti è l'unico che va contro corrente. Sulla "nascita" del tifo riproponiamo un nostro vecchio intervento.

mercoledì 18 aprile 2018

I segnaposto o i segnaposti?


Ecco un altro nome composto, segnaposto (cioè quella «targhetta o altro oggetto con scritto il nome della persona cui è riservato un posto a sedere»), sul cui plurale i vari vocabolari non concordano: per alcuni è invariabile, per altri variabile, per altri ancora variabile o invariabile. Come regolarsi? Semplice, a nostro modo di vedere. Basta  seguire la regola grammaticale secondo la quale i sostantivi composti di un verbo (segnare) e di un sostantivo maschile singolare (posto) si pluralizzano normalmente: il segnaposto / i segnaposti.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Campidoglio, onorificenze ai sopravvissuti del rastrellamento del Quadraro

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Forse è il caso di "ricordare" ai titolisti del giornale in rete che si sopravvive "a" (qualcosa), non "di" (qualcosa). Dal Treccani in linea:

 sopravvissuto agg. e s. m. (f. -a) [part. pass. di sopravvivere]. – Che o chi si è salvato da un disastro e sim.: il patrimonio sarà diviso fra tutti gli eredi s.; elenco dei passeggeri s. al disastro aereo; i s. alla strage, all’attentato; s’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa del più vile sopravvissuto (Manzoni); in senso fig., persona di mentalità sorpassata, che mostra di avere idee e comportamenti da tempo superati: certi critici musicali sono ormai dei s.; fra i giovani mi sento un s.; era un s., ancorato a una realtà che era stata disfatta da decenni (Carlo Sgorlon).


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La prestigiosa Accademia della Crusca "striglia" il MIUR: nei documenti privilegia l'inglese a discapito della lingua italiana.

martedì 17 aprile 2018

La proposizione


Stupisce il constatare che molte persone confondono la preposizione con la proposizione, ritengono, cioè, i due termini l’uno sinonimo dell’altro. Vediamo, quindi – sia pure per sommi capi – che cosa è la “proposizione” (con la “o”). Ce lo dice la stessa parola latina dalla quale deriva (“propositio”, ‘cosa proposta’ alla considerazione, alla discussione e, per tanto, “argomento”, “concetto”) vale a dire “gruppo di parole unito a un verbo che esprima un pensiero riguardo a un dato argomento”, insomma una frase: Giovanni legge attentamente; Paolo rimira le stelle; Giuliano risolve i cruciverba. In tutti questi esempi ogni parola è unita a un verbo e forma, o meglio esprime un concetto “proposto” (‘proposizione’) alla nostra attenzione. Gli “ingredienti” essenziali di una proposizione sono il soggetto e il verbo, senza quest’ultimo, anzi, non si ha alcuna proposizione in quanto il gruppo di parole risulterebbe “slegato”. Ma cos’è il soggetto, elemento “principe” – dopo il verbo – di una proposizione? Semplicissimo: è la persona, l’animale o la cosa di cui si parla. Viene dal latino “subiectus” ed è l’elemento “sottoposto” a un giudizio, vale a dire – per usare le parole del linguista Francesco Ugolini – “il termine di cui si afferma una maniera d’essere o d’agire”. Negli esempi sopra riportati “affermiamo” che Giovanni legge attentamente, che Paolo rimira le stelle e che Giuliano risolve i cruciverba; Giovanni, Paolo e Giuliano sono, per tanto, “elementi sottoposti” a una nostra considerazione. Attenzione, quindi, non si confonda la “preposizione” con la “proposizione”: il figlio di un nostro conoscente ha scritto – in un compito in classe – che trovava “difficoltoso riconoscere i vari complementi contenuti in una preposizione”. Riteniamo superfluo riportare il giudizio negativo dell’insegnante, fortunatamente di quelli con la “i” maiuscola. E visto che siamo in tema di proposizioni evitate – se desiderate scrivere forbitamente – di adoperare l’avverbio “onde” seguito da un infinito (anche se usato da “firme eccellenti”): ti scrivo onde avvertirti del mio arrivo. Si dirà, correttamente, ti scrivo “per” avvertirti del mio arrivo. Sí, siamo caduti nella pedanteria, ma non importa. Onde, è bene ricordarlo, è un avverbio di luogo, precisamente di moto da luogo, è il latino “unde” e vale “da dove”; non ci sembra corretto adoperarlo, quindi, per introdurre una proposizione finale o causale. Non è, insomma, una parolina ‘multiuso’ anche se molte cosí dette grandi firme non si fanno scrupolo alcuno dell’uso improprio. Abbiamo sempre detto, infatti, che non tutti gli scrittori sono linguisti e che non tutti i giornalisti sanno adoperare la lingua a dovere. Voi, amici, seguite chi volete; se desiderate, però, scrivere (e parlare) correttamente diffidate di queste “firme illustri”.  


lunedì 16 aprile 2018

La «lattigine»


In un "forum" sulla lingua italiana un utente domanda e si domanda se esiste/a il termine lattigine. Questo vocabolo non è attestato nei vocabolari dell'uso, ma "è in vita"...  Si veda qui.

domenica 15 aprile 2018

La nascita (linguistica) del picnic


Per conoscere la nascita del picnic (sotto il profilo linguistico, ovviamente), che in lingua italiana si scrive correttamente, ricordiamolo, solo in grafia unita (non, dunque, "pic nic" o "pic-nic") ci affidiamo a Gianfranco Lotti:

«Trascrizione inglese del francese "pique-nique", parola composta che propriamente vale "becca-niente". Era cosí detto il "pasto in comune a cui si partecipa portando vivande o pagando la propria quota". Tale definizione fa pensare che "pique-nique" sottintendesse "pour le pique-assiette" 'per lo sbafatore' e fosse inteso nel senso di "colazione dove non c'è niente da beccare (per lo scroccone)". Nell'Ottocento il termine passò a significare "merenda all'aperto durante una scampagnata". "Pique" è voce verbale di "piquer", dal latino parlato  "*piccare"; "nique" è, cosí come il tedesco "nichts", di origine germanica».

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La parola proposta da questo portale: sontico. Aggettivo sinonimo di torbido.

sabato 14 aprile 2018

Vieppiú? Per carità! Una sola «p»


I "revisionisti" del vocabolario Gabrielli in rete hanno proprio deciso di far rivoltare nella tomba il compianto professore ritoccando "in peggio" il suo vocabolario. Nel "nuovo" Gabrielli si legge, infatti, che l'avverbio "viepiú" si può scrivere anche con due "p" (vieppiú). «viepiù
[vie-più] vie piùvieppiù.
avv. lett. Sempre più, molto più: vidi Sansone / vie più forte che saggio Petrarca». Grafia condannata dal Gabrielli nel suo "Il museo degli errori":
«Volendo fare della locuzione avverbiale di più (che è la forma piú comune) una sola parola, bisogna scrivere dipiù, con una sola p.  E questo per la semplice ragione che la preposizione di non vuole in nessun caso il rafforzamento sintattico e di conseguenza il raddoppiamento della consonante scritta. Analogamente scriveremo  digià e non “diggià” (ma piú comunemente di già),  difatti e non “diffatti” (meno comune di fatti), didietro e non “diddietro” (ma anche di dietro), dipoi o di poi, ma non “dippoi”, disopra e disotto, o di sopra e di sotto, ma non “dissopra” e “dissotto”. Uguale errore molti commettono con l’avverbio composto viepiù (anche scisso vie piú) che assai spesso vediamo scritto vieppiù. Anche questo vie, infatti, antica alterazione di via usata come rafforzativo dei comparativi, non richiede mai il raddoppiamento della consonante iniziale. Analogamente scriveremo viepeggio (o vie peggio) e viemeglio (o vie meglio), e non “vieppeggio” e “viemmeglio”: ma qui l’errore è piú raro data l'ormai vieta pedanteria di queste due espressioni».


Abbiamo riscontrato il medesimo orrore nel De Mauro, nel Garzanti e nello Zingarelli. Il Sabatini Coletti - stranamente - non attesta l'avverbio in questione.