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lunedì 22 gennaio 2018

Darsele di santa ragione


Pregiatissimo dott. Raso,
ero in cerca di una regola grammaticale e un caro amico mi ha segnalato il suo blog: l'ho spulciato e ho trovato la regola che cercavo. Inutile dirle che l'ho messo subito tra i preferiti. Ne approfitto per una curiosità linguistica. Perché quando due si picchiano si dice che se le danno di santa ragione? È "santa"  la ragione, cioè il motivo dell'uno o dell'altro? Dov'è la "santità" nel picchiarsi? Proprio non capisco: può svelarmi questo "mistero"?
Grazie e complimenti vivissimi per il suo lodevole e istruttivo impegno.

Arturo A.

Rovereto (Trento)

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Gentile Arturo, la ringrazio per i complimenti. Può trovare la risposta alla sua domanda in un mio vecchio intervento. Clicchi qui.

domenica 21 gennaio 2018

Fare il negro di qualcuno

Questo modo di dire dovrebbe essere noto a coloro che operano nel mondo dell'editoria e del giornalismo. Si chiama "negro" la persona che redige articoli che, in seguito, verranno firmati da un autore più... autorevole. Si dice anche di persona che svolge lavori molto faticosi per conto di altri.

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La parola proposta da questo portale e non "lemmata" nei vocabolari dell'uso: anemòmilo. Sostantivo maschile con il quale si indica/indicava il mulino a vento.

sabato 20 gennaio 2018

Posto «da» o poto «di»?


parma



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Non ci stancheremo mai di ripetere che i giornali (ma non solo) devono divulgare la lingua in modo corretto perché entrando in tutte le case sono "fruiti" anche da persone poco avvezze in fatto di lingua e queste prendono "per buono" tutto ciò che leggono. La stampa, insomma, deve diffondere le notizie corrette anche sotto il profilo linguistico e questo, purtroppo...  Il titolo su riportato, infatti, non riflette la lingua corretta. Perché? Perché si dice "posto di infermiere", non "da" infermiere. Siamo in presenza di un normalissimo complemento di specificazione. Si specifica, infatti, di "quale" posto si tratta. Vediamo, in proposito, ciò che scrive il vocabolario Treccani in rete:

[...]  6. a. Impiego, ufficio che costituisce l’occupazione abituale e da cui si traggono, tutti o in parte, i mezzi di sostentamento: essere alla ricerca di un p.; trovare un p.; offrireprocurare un p.; avere un buon p., un ottimo p., un pmiseromodestoperdereconservare il p.; ci tengo al mio p.!; seguito dalla specificazione dell’impiegomettere a concorso trecento pdi maestroè vacante il pdi segretariodi redattore capo; anche con riferimento a cariche elevate: aspirare a un ppiù altosi sono presi i pmiglioriavereoccupare un pdi grande responsabilitàessere ai pdi comando. Con sign. più astratto, la dignità e il decoro che l’ufficio o la carica conferiscono, la stabilità economica che ne viene, la stima e il credito che ne sono il riflesso: averefarsi un pnella vitanella societàda tutti i portamenti di don Gonzalopare che avesse una gran smania d’acquistarsi un pnella storia (Manzoni)[...].

venerdì 19 gennaio 2018

«Violenti» raffiche di vento




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Ci dispiace veramente lanciare strali sugli organi d'informazione. Ma come facciamo a sottacere davanti a uno strafalcione che fa bella mostra di sé nel titolo che avete appena letto? Quale strafalcione? "Violenti raffiche". Sí, violenti in luogo della forma corretta violente. Forse i titolisti del giornale in rete non "ricordano" le classi - tre -  in cui si dividono gli aggettivi. Facciamo - succintamente - un piccolo ripasso. Perché, dunque, "violente"? Perché è un aggettivo  della prima classe (come buono). Questi aggettivi hanno la desinenza  "-o", per il maschile singolare; "-a" per il femminile singolare; "-i" per il maschile plurale ed "-e" per il femminile plurale: buono, buona, buoni, buone. Quindi: violento, violenta, violenti, violente. Appartengono alla seconda classe gli aggettivi che hanno un'unica desinenza tanto per il maschile e femminile singolare quanto per il maschile e femminile plurale, e sono  "-e" e "-i": facile (maschile e femminile singolare), facili (maschile e femminile plurale). Fanno parte della terza classe, infine, gli aggettivi che hanno la desinenza "-a" per il maschile e femminile singolare e "-i" ed  "-e" rispettivamente per il maschile plurale e per il femminile plurale: entusiasta (maschile e femminile singolare); entusiasti (maschile plurale); entusiaste (femminile plurale).

* Nella pagina interna il titolo è diverso.

mercoledì 17 gennaio 2018

«Fare a capelli»


Un' interessante disquisizione sull'espressione fare a capelli.

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La parola proposta da questo portale:  squarquoio. Aggettivo di carattere regionale toscano che sta per cadente, decrepito, vecchio, rimbambito e simili. Di etimologia incerta, secondo i vocabolari consultati. Di diverso avviso il Pianigiani anche se - come abbiamo sempre scritto - non ritenuto fededegno da molti linguisti.

martedì 16 gennaio 2018

Sgroi - La fede solo in «dialetto»? (Papa Francesco dialettofilo linguista-semiologo)

di Salvatore Claudio Sgroi*

1. Ipse dixit. Così parlò il Sommo Locutore

«La trasmissione della fede soltanto può farsi in dialetto, la lingua intima delle coppie. Nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna» ‒ sono le parole dette da Papa Francesco (così nel testo riportato da R.it Vaticano on line e in altre testate) in occasione della messa per la festa del battesimo di Gesù, domenica 7 gennaio, in cui ha battezzato nella Cappella Sistina 34 neonati.

Il Sommo locutore ha quindi ribadito:

«Ma non dimenticatevi questo: [la trasmissione della fede] si fa in dialetto, e se manca il dialetto, se a casa non si parla fra i genitori quella lingua dell'amore, la trasmissione non è tanto facile, non si potrà fare».

La prima perplessità che possono invero far sorgere tali frasi è che la trasmissione della fede non possa aver luogo con gli italofoni nativi esclusivamente tali, in quanto non-dialettofoni. Ovvero sembrerebbe che il Papa sopravvaluti il "Dialetto" rispetto alla "lingua", come se la stessa trasmissione della fede non potesse aver luogo in "lingua". Il che sarebbe paradossale.

2. Dialetto «lingua intima», «lingua dell'amore»

Ora, nella formulazione del Sommo locutore il termine «Lingua» appare adoperato accanto a «dialetto» come termine più generale, "iperonimo" di dialetto («dialetto, la lingua intima delle coppie»; «il dialetto [...] lingua dell'amore»). Ovvero, per papa Francesco, la «Lingua» si presenta come idioma caratterizzato da più varietà: (i) quella «intima» ovvero 'privata' detta «dialetto», e (ii) per contrasto implicitamente quella "non-intima", 'non-privata', ossia 'pubblica', ufficiale, che è quella «dei catechisti», evocati in una ulteriore enunciazione:

«Poi verranno i catechisti a sviluppare questa prima trasmissione, con idee, con le spiegazioni» [della lingua pubblica, non intima].

3. Dialetti primari e dialetti secondari

In che senso, a questo punto, i parlanti italiano ma non dialetto, ovvero gli italofoni che non sono dialettofoni, non sono esclusi dalla trasmissione della fede?

Il «dialetto della famiglia», «il dialetto di papà e mamma», «il dialetto di nonno e nonna» in quanto «lingua intima», riguardano tecnicamente, per dirla con Eugenio Coseriu, i "dialetti primari" parlati in Italia (per es. piemontese, emiliano, napoletano, siciliano, ecc.). I parlanti "non-dialettofoni primari" in quanto italofoni esclusivi sono però a loro volta "dialettofoni secondari", in quanto l'italiano lingua nazionale si configura come insieme di varietà di italiani regionali, definibili con Coseriu come "dialetti secondari". E gli italiani regionali presentano registri differenziati, da quelli più familiari a quelli più formali, tra cui scegliere secondo gli interlocutori, i contesti, l'oggetto della interazione.

Ecco dunque come tutti i parlanti rientrano, in quanto tutti dialettofoni primari e secondari, -- comunemente bilingui (lingua/dialetto) o anche esclusivamente monolingui, -- nella categoria indicata da Bergoglio come "parlanti in dialetto" (primario e secondario).

4. Il «dialetto» (primario o secondario) in quanto lingua nativa (non seconda)

Per Bergoglio il «dialetto» è allora essenziale in quanto idioma nativo, acquisito (più che "appreso") per primo nell'interazione naturale in famiglia prima, e poi con i pari, per tutti i bisogni espressivi, interattivi, cognitivi. E l'idioma nativo può essere o un dialetto "primario" oppure il dialetto "secondario" (la lingua nazionale in una qualsiasi varietà regionale, appresa in famiglia, con i pari e a scuola).

5. Il pianto «un dialetto», «una lingua»

Ma l'intervento di Papa Francesco è rilevante anche a un livello teorico, più generale, quello semiologico, perché "il pianto" dei battezzandi, in quanto linguaggio non-verbale, espressivo-comunicativo con riferimento a richieste, bisogni diversi, è definito un vero e proprio «dialetto» e «lingua»:

«Adesso tutti [i bambini] stanno zitti ma è sufficiente che uno dia il tono, e poi l'orchestra segue. Il dialetto dei bambini, e Gesù ci consiglia di essere come loro, di parlare come loro».

«Noi non dobbiamo dimenticare questa lingua dei bambini, questa lingua, parlano come possono, ma è la lingua che piace tanto a Gesù».

«Anche loro [i bambini] hanno il proprio dialetto, che ci fa bene sentirlo».

6. Il pianto?: «un'orchestra», «un concerto»

Se il pianto dei bambini è per lo più percepito come un "rumore", papa Francesco non solo lo rivaluta semiologicamente, come lingua-dialetto, ma giudica i pianti dei battezzandi «un'orchestra», ovvero «un concerto».

«Adesso tutti stanno zitti ma è sufficiente che uno dia il tono, e poi l'orchestra segue», aveva detto.

«E se loro [i battezzandi] incominciano a fare il concerto è perché non sono comodi, o hanno troppo caldo, o non si sentono a loro agio, o hanno fame».

Così facendo, papa Francesco si mostra in straordinaria sintonia con i teorici del linguaggio per i quali il linguaggio verbale presenta "la melodia" rispetto alla musica, che è invece caratterizzata dalla "armonia", risultante dall'accordo di più voci, da una "sinfonia" come in una «orchestra», in un «concerto» (cfr. per es. A. Moro, Le lingue impossibili, Cortina ed. 2017, pp. 79-80).

7. Il pianto delle madri

Accanto al dialetto, anche le madri non mancheranno di far ricorso alla stessa lingua dei neonati, il pianto. «[Il pianto] è la lingua dei bambini, parlano come possono ma è la lingua che piace tanto a Gesù», sottolinea Bergoglio. «E nelle vostre preghiere siate semplici come loro, dite come loro anche con il pianto»; «dite a Gesù quello che è nel vostro cuore, come dicono loro oggi, lo diranno col pianto, come i bambini».

8. L'allattamento «un linguaggio di amore»

Papa Francesco invita ancora le mamme ad allattarli pure, i bambini, in chiesa. L'allattamento è così semiologicamente interpretato come «linguaggio di amore»:

«Se [i bambini] hanno fame, allattateli, senza paura, dategli da mangiare, perché anche questo è un linguaggio di amore».

9. Modello linguistico-semiologico del Sommo locutore

Concludiamo, riprendendo termini e concetti di Papa Francesco ordinati in un modello teorico linguistico-semiologico che ne evidenzia la logicità e coerenza:













                                                                                                             

                                                                                 

          



                                                                                                             

                                                                                                                                           




lunedì 15 gennaio 2018

Una contraddizione "treccaniana"


Abbiamo notato una "diversità di vedute" tra il vocabolario Treccani (in rete) e "La grammatica italiana", dello stesso vocabolario, circa il plurale del sostantivo "urlo". La "grammatica" non ammette il plurale maschile urli riferiti all'uomo, anche se considerati singolarmente. Il vocabolario, invece, è di parere opposto. Come regolarsi in merito? Diremo: gli urli di Giovanni (urla solo Giovanni, singolarmente) e le urla di Maria,  di Giovanni e di Rolando (urlano insieme, collettivamente).

"La grammatica italiana" (Treccani)

• Il plurale femminile urla si usa quando ci si riferisce a suoni emessi da esseri umani. Sapessi  che urla terribili sa lanciare mio fratello. • Il plurale maschile urli si usa per indicare i versi degli animali: quando il mondo sembrava rotolare nel buio e sotto di me sentivo l’inferno sgranchirsi negli urli delle fiere (E. Flaiano, Tempo di uccidere), ma può essere usato anche per indicare parole o frasi pronunciate a voce alta, con violenza o con rabbia: in quei versi divini risuonano gli urli della folla e gli applausi trionfali (C. Malaparte, La pelle).

Vocabolario in rete

urlo s. m. [der. di urlare] (pl. gli urli, degli animali o anche dell’uomo, se isolati o comunque non considerati nel loro complesso; le urla, solo dell’uomo). – Grido acuto e prolungato: l’u. del lupo, del cane, dello sciacallourli di belva feritamandare, emettere, dare, fare un u.; con partic. riferimento all’uomo: un u. di gioia, di entusiasmo, di dolore, di spaventocacciare, gettare un u. (soprattutto di spavento); urla di protestaal suo apparire sul podio fu accolto dall’u. della folla che gremiva la piazzagli urli dei cantanti, dei divi della canzone (v. urlatore). Per estens., al plur., discorso o serie di frasi, di parole, pronunciati a voce molto alta: con le sue urla mi ha assordatosentirai i suoi urli quando torna e si accorge del dannoquelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli (Manzoni). In usi fig., suono molto forte e acuto, che somiglia a un urlo: l’u. della sirena, l’u. del vento, l’u. del mare in tempesta. Con altro uso fig., nell’espressione del gergo giovanile da u., di cosa o persona che colpisce vivamente per alcune sue doti o qualità (con sign. simile a forzaschianto): indossava un abito da urlo.  Dim. urlétto; accr., raro, urlóne; pegg. urlàccio, urlo d’ira o d’indignazione, di rimprovero.

Vediamo, anche, cosa dice il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia: