Visite dal primo febbraio 2017

sabato 24 febbraio 2018

Corbellerie "linguistiche"


LE GRAMMATICHE  sostengono - a spada tratta - che “dunque” essendo una congiunzione deve ‘congiungere’, appunto, due proposizioni ed è adoperata correttamente solo se serve per concludere (un discorso) o per trarre una conseguenza: glie l’ho promesso, ‘dunque’ non posso esimermi. Corbellerie, corbellerie. Dunque pur essendo una congiunzione si può adoperare benissimo - ed è un uso correttissimo - all’inizio di una frase o di un periodo quando si vuole riprendere un discorso interrotto, anche se è trascorso molto tempo dall’... “interruzione

SEMPRE in tema di corbellerie linguistiche, vorremmo che le grammatiche finissero di riportarne una dura a morire. Ci riferiamo al famoso “sé” pronome che perde l’accento quando è seguito da stesso e medesimo. È una corbelleria, appunto. Il pronome sé si accenta sempre. Non lo diciamo noi, umili linguai. Lo hanno stabilito fior di linguisti, tra i quali Amerindo Camilli, certamente molto più autorevole di alcuni “illustri sconosciuti”, autori di grammatiche varie.

UN'ALTRA corbelleria, questa sostenuta da tutti (?) i vocabolari dell'uso, riguarda l'invariabilità del sostantivo "prestanome". Per quale oscuro motivo non si può pluralizzare? Giovanni è il prestanome di Marco; Lucio e Claudio erano i prestanomi dei due arrestati. Prestanome, insomma, non è un nome composto con una voce verbale (presta) e un sostantivo maschile singolare? E i nomi cosí formati non si pluralizzano regolarmente? Restano invariati solo se si riferiscono a un femminile: Maddalena e Susanna erano le prestanome.



***

La parola proposta da questo portale: insonte. Aggettivo non attestato nei vocabolari perché desueto ma dal "sapore" aulico. Significa innocuo, che non fa del male, innocente e simili.




venerdì 23 febbraio 2018

Un purosangue in Borsa


Due parole, due, su un argomento che, ci sembra, abbiamo trattato su “Il Cannocchiale”: il crack. Lo riproponiamo, eventualmente, perché molti, per non dire tutti, si ostinano a scriverlo in modo orrendamente errato: crack, appunto. Cominciamo con il dire che la grafia corretta è crac (senza il k). È, infatti, una voce onomatopeica che riproduce il rumore di una cosa che si rompe, che si sfascia, che crolla.
Il caso vuole che questo termine si sia diffuso in Italia dal tedesco (non dall'inglese!) Krach, in seguito al crollo bancario, così chiamato, avvenuto a Vienna il 9 maggio 1873. Lasciamo stare, quindi, l'inglese crack (tra l'altro i giornali inglesi adoperano la voce tedesca) e usiamo – per indicare un fallimento, un crollo finanziario – il nostro italianissimo crac, riservando la grafia inglese - se proprio vogliamo adoperare questo barbarismo - esclusivamente al campo dell'ippica.
Il crack, infatti, è un purosangue, un cavalo di razza, un cavallo famoso, un campione vanto di una scuderia (l'inglese 'to crack' significa anche vantarsi). Sarebbe bene, però, al fine di evitare equivoci ma soprattutto per scrivere in lingua che la stampa e i mezzi di informazione, in genere, abbandonassero le parole straniere e tornassero alla madre lingua che offre un'ampia scelta di vocaboli che fanno alla bisogna, tra cui: cavallo campione; campione o anche                            campionissimo.
Non vorremmo che un giorno si presentasse in Borsa – per colpa dei giornali – un bellissimo crack per essere quotato a un prezzo da capogiro! Se messo alla porta avrebbe tutto il diritto di risentirsi e menare calci a destra e a manca. Non si inganna nessuno, neanche gli animali. E a proposito di purosangue è interessante notare che,
contrariamente a quanto si legge nelle comuni grammatiche e nei comuni vocabolari, laggettivo e sostantivo “purosangue” non è tassativamente invariabile. Essendo un nome composto si può pluralizzare correttamente secondo la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Detta norma stabilisce che i nomi composti di un aggettivo e un sostantivo formano di regola il plurale come se fossero nomi semplici (cambia, quindi, la desinenza del sostantivo): il biancospino, i biancospini; la vanagloria, le vanaglorie; il purosangue, i… purosangui. Coloro che preferiscono dire e scrivere “purosangui, pertanto, non possono essere tacciati di crassa ignoranza linguistica.



***

La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso: alloppicare. Variante di alloppiare e sta (in senso figurato) per "dormicchiare", "appisolarsi" e simili.


***

Da un quotidiano in rete:


--------------------

Ripeteremo fino alla nausea che "neo-" è un prefissoide e in quanto tale si scrive "attaccato" alla parola che segue: neorettore. Leggiamo dal Treccani: «nèo- [dal gr. νεο-, forma che assume in composizione l’agg. νεός «nuovo, recente»]. – 1.Primo elemento di parole composte, derivate dal greco o formate modernamente (anche nella terminologia lat. scient.), nelle quali ha il sign. di «nuovo, moderno, recente». In partic.: a. Con riferimento a persona che si trovi da poco tempo in una determinata situazione: neonatoneofitaneoeletto (e analogam. neodottoreneosenatore e altri, che non si è ritenuto necessario, per la loro stessa trasparenza, registrare nel rispettivo luogo alfabetico)[...]». Si veda anche qui.





giovedì 22 febbraio 2018

Areazione? No, per carità!



----------------

In questo titolo di un quotidiano in rete - sorvolando sul barbarismo "sit-in", attestato, purtroppo, anche in alcuni vocabolari di lingua italiana (e sul "ko") -  colpisce l'orrendo strafalcione "areazione". La forma corretta è aerazione, vocabolo composto con il prefisso "aer(o)" (aria). Questo errore si sente uscire, molto spesso, anche dalla bocca di gente cosí detta acculturata... Per maggiori chiarimenti consigliamo di dare un'occhiata quiqui e qui.

mercoledì 21 febbraio 2018

Non vale un...

Una gentile lettriceche desidera mantenere l'anonimato, ci scrive da Pescara chiedendoci  «per quale ragione quando si vuole mettere in evidenza la stupidità di una persona o l'inconsistenza di una determina cosa si ricorre agli attributi maschili. «Non si dice, infatti - con volgarità - che ciò non vale un... e che quel tizio è un emerito testa di...?». Gentilissima signora, per quel che ne sappiamo, il motivo per cui si ricorre a queste espressioni triviali si perde nella notte dei tempi: da che mondo è mondo - chissà perché - nell'immaginario dell'uomo gli organi genitali (maschili e femminili) sono sempre stati associati al concetto di imbecillità e di nullità. Due parole - fra le tante, di uso comune e dal "sapore" un po' volgare - ce lo confermano: fesso e fregnone. La prima è voce partenopea, tratta da "fessa", l'organo genitale femminile; la seconda, con la variante "piú garbata" frescone, non è altro che l'accrescitivo del vocabolo dialettale romano  fregno, l'organo maschile.

***


La parola proposta da questo portale: cadometria. Sostantivo femminile. Scienza che si occupa della misurazione dei vasi, delle botti ecc. «Quella parte della geometria pratica che si applica alla stazatura delle botti od altri vasi da vino, cioè alla misura della loro capacità o de liquidi imbottati, viene designata colla parola cadometria, composta delle voci greche «gooc, vaso per vino, e uérooy, misura. Il famoso Keplero, dice Baden Powell nella sua Storia della filosofia naturale, e per la circostanza accidentale di avere osservato gli errori di uno stazatore ignorante nel misurare alcune botti da vino, fu condotto a investigare ...». Si veda qui. 

martedì 20 febbraio 2018

Controverso=contestato? Non sempre



---------------------

I titolisti di questo giornale in rete ritengono, probabilmente, che controverso sia sinonimo di contestato. No, controverso e contestato non sono interscambiabili, per lo meno non in tutti i contesti, e hanno significati diversi. Il titolo in oggetto avrebbe dovuto recitare, correttamente: «[...] sul vescovo contestato». Vediamo le accezioni dei due termini dando la "parola" al vocabolario Treccani in rete: controversia e contestazione.

***
La parola proposta da questo portale, non a lemma nei vocabolari dell'uso: gramolazzo. Si dice di persona magrissima, quasi scheletrica.

lunedì 19 febbraio 2018

Colorato "da" o "di"?


Da "domande e risposte"  del vocabolario Treccani in rete:

DOMANDA

La mia non è una domanda ma un'osservazione: al lettore che chiedeva delucidazioni circa l'ammissibilità della grafia "praivasi" si sarebbe potuto (e forse anche dovuto) ricordare che esiste il vocabolo "privatezza", lemmatizzato nei più autorevoli dizionari, in primis Treccani e Devoto-Oli.

RISPOSTA

Accettiamo con piacere l’osservazione, per quanto colorata da una sfumatura di rimprovero. In realtà, ci si è limitati a rispondere, ci sembra adeguatamente, al nucleo del quesito. Questa limitazione non ci sembra che pregiudichi o contraddica la lemmatizzazione di privatezza all’interno del vocabolario Treccani. Naturalmente, si potrebbe, ogni volta che entra in scena un anglismo, ragionare sulla sua maggiore o minore liceità, opportunità o gradevolezza (criterio, quest’ultimo, in realtà quanto mai soggettivo e fin troppo maneggevole). Ma ci sembra, anche sotto questo profilo, che l’impegno della Treccani non sia mai mancato. Cogliamo l’occasione per annunciare che, nei prossimi mesi, nella sezione Lingua italiana del portale Treccani.it, sarà in linea uno speciale dedicato ai forestierismi nella lingua italiana.

-----------------

Il verbo "colorare" - sia in senso proprio sia in senso figurato - si costruisce con la preposizione "di", non "da". E sembra che tutti i dizionari concordino. Lo stesso vocabolario Treccani in rete riporta gli esempi con la preposizione "di". La risposta corretta, quindi, avrebbe dovuto recitare: «[... per quanto colorata di una sfumatura di rimprovero. [...]». Come mai chi ha risposto al lettore non ha preso in considerazione quanto riporta - in proposito - il vocabolario Treccani?

domenica 18 febbraio 2018

Come si chiamano le dita dei piedi?


Su Wikipedia abbiamo “scoperto” che le dita (i diti, se considerati separatamente) dei piedi, come quelle della mano, hanno un nome: alluce, illice (o melluce), trillice, pondolo (o pondulo) e minolo (o mellino). Segnaliamo la “scoperta” per curiosità perché un esperto del settore, il prof. Paolo Ronconi, direttore del Centro di Chirurgia del Piede dello IUSM di Roma, sostiene che “Le dita del piede non vengono indicate come le dita della mano ma: Alluce, secondo, terzo, quarto, quinto”. Anche il  “Vocabolario Nomenclatore” di Palmiro Premoli  è dello stesso avviso del docente universitario: Alluce (o dito grosso), gli altri si indicano con il numero.


***

La parola proposta da questo portale: cacatamente. Avverbio, dal "sapore" un po' volgare (di cui ci scusiamo), che vale "male e piano". Si veda anche qui e qui.



***

Da un quotidiano in rete:

---------------

Sensazionale! Il vaticanista abita dentro la voragine che si è aperta a Roma nella zona della Balduina.